Rainer Maria Rilke.
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STORIE DEL BUON DIO.
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Titolo originale: Geschichten von lieben Gott. 1900.
Traduzione di: VINCENZO ERRANTE.
1942. Sansoni Editore, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Le storie del buon Dio, scritte da Rilke nel 1900, sono tredici brevi racconti sereni ed armoniosi in cui lautore mira a delineare, in uno stile in cui sono chiaramente visibili gli influssi di Tolstoj, pi che il concetto, il sentimento di Dio, descrivendolo in semplici parabole adatte soprattutto ad essere raccontate ai bambini. Questi racconti parlano dell'esistenza umana, dei suoi valori, della sua significativit, di Dio,  narrano l'infinito amore di Dio per le proprie creature, per le quali sacrifica anche la sua "mano destra" e  rappresentano uno dei pochi momenti di appagamento e serenit nelluniverso poetico di Rilke, dove linquietudine segner quasi tutta la produzione letteraria successiva.
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L'AUTORE.
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Rainer Maria Rilke (Praga, 4 dicembre 1875, Les Planches, 29 dicembre 1926),  stato uno scrittore, poeta e drammaturgo austriaco di origine boema.  considerato uno dei pi importanti poeti di lingua tedesca del Ventesimo secolo. Autore di opere sia in prosa che in poesia,  famoso soprattutto per le Elegie duinesi (iniziate durante un soggiorno a Duino), i Sonetti a Orfeo e I quaderni di Malte Laurids Brigge.
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Indice.
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LA FIABA DELLE MANI DI DIO.	
LO STRANIERO.	
PERCH IL BUON DIO VUOLE CHE VI SIANO I POVERI AL MONDO.	
COME IL TRADIMENTO ENTR IN RUSSIA.
COME IL VECCHIO TIMOFEI MOR CANTANDO.
LA CANZONE DELLA GIUSTIZIA.
UNA STORIA DEL GHETTO A VENEZIA.
DI UN UOMO CHE ASCOLTAVA LE PIETRE.
COME ACCADDE A UN DITALE DI DIVENTARE IL BUON DIO.
FIABA SULLA MORTE CON UNA CHIOSA DI MANO IGNOTA.
UN'ASSOCIAZIONE NATA PER IMPELLENTI NECESSIT.
IL MENDICANTE E L'ORGOGLIOSA DONZELLA.
UNA STORIA RACCONTATA ALLA OSCURIT.
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Fine Indice.
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STORIE DEL BUON DIO.
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DEDICA DEL TRADUTTORE del 1941. ALLA MEMORIA DI GIULIANO DONATI-PETTNI.
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LA FIABA DELLE MANI DI DIO.
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Poche mattine fa, incontrai la mia vicina di casa. Ci salutammo.
"Che autunno!", disse dopo un silenzio; e lev gli occhi a guardare il cielo. Io feci altrettanto.
La mattinata era, infatti, chiarissima: deliziosa, per essere gi una mattinata d'autunno. Sorprese, repente, anche me.
"Che autunno!", replicai, agitando attorno le mani, come a tastare un po' l'aria.
Assent con un cenno del capo. La osservai per un attimo. Il suo vlto sano e bonario si levava e si riabbassava, di un gesto grazioso. Era tutto pieno di luce. Solo intorno alle labbra e sulle tempie mettevano un po' d'ombra alcune piccole rughe. Perch?
Domandai brusco
"E le sue piccine?".
Le rughe minute scomparvero, per incanto, dal vlto; ma vi tornarono sbito, pi scure.
"Stanno bene, grazie a Dio; ma....".
Si avviava. E anch'io presi a camminarle allora vicino: a sinistra, come di prammatica.
"Voi capite....", seguit. "Sono ambedue ormai nell'et in cui i piccoli tempestano di domande tutto il santo giorno. Perch questo? Perch quello?, dalla mattina alla sera....".
"Gi", mormorai. "V' un'epoca della vita...."
Ma la vicina prosegu imperturbabile
"E non chiedono solo, vedete?: Dove vanno quelle rotaie? Quante sono le stelle? Diecimila  pi, o meno, di molto? Ma escgitano certi quesiti.... Per esempio: Parla anche cinese il buon Dio? Oppure: Com' fatto il buon Dio? Il buon Dio, sempre il buon Dio!... E se ne sa cos poco....".
"Infatti", convenni, "qualche ipotesi, qualche supposizione soltanto...."
"Arrischiano a volte domande finanche sulle mani del buon Dio.... E che cosa si pu....".
Guardai la mia vicina negli occhi.
"Scusate", la interruppi con garbo. "Scusate.... Voi avete detto poc'anzi: le mani del buon Dio. Vero?".
Annu. Credo che fosse un poco sorpresa.
"Ebbene", mi affrettai a soggiungere. "Ecco. Sulle mani del buon Dio, mi par proprio di sapere qualcosa.... Oh, cos.... casualmente!", rassicurai, vedendola far gli occhi tondi di meraviglia. "Proprio casualmente, state certa.... E dunque", conclusi rapido e risoluto, "voglio raccontarvi quanto so. Se avete un attimo solo di tempo, vi riaccompagno fino a casa. Non ne occorre di pi".
"Volentieri", disse, sempre stupita, non appena le lasciai la parola. "Volentieri. Ma non sarebbe meglio, direttamente alle bimbe?".
"Io? Raccontar direttamente alle bimbe? No, cara signora. Non potrei. Proprio non potrei. Vedete: mi conturbo sbito, se debbo parlare ai bambini. E questo non sarebbe certo un gran male. Ma gli  che i bimbi, notando il mio imbarazzo, potrebbero supporre ch'io sappia di mentire.... E siccome tengo invece moltissimo alla veridicit della mia storia, ecco, potrete ripeterla voi, alle bimbe. Tanto pi che saprete farlo molto meglio di me. Collegando le fila del racconto e abbellendolo un poco. Mentre io mi limiter a esporre i fatti puri e semplici, nella forma pi breve. Siamo intesi?".
"Bene, bene....", soggiunse distratta. Riflettei un istante. E incominciavo gi:
"Al principio....". Ma mi interruppi sbito.
"No, cara signora. Con voi, posso sottintendere come note alcune cose, da cui sarebbe invece indispensabile rifarsi, raccontando ai bambini. Per esempio, la creazione....".
Vi fu un silenzio. Poi, disse:
"Gi.... E il settimo giorno....". La voce della buona donna stridette alta e acuta.
"Piano", soggiunsi. "Bisogna accennare, tuttavia, anche ai giorni precedenti; perch proprio di questi, si tratta. Il buon Dio incominci dunque (come si sa) il suo lavoro, creando la terra, separandola dall'acqua e comandando la luce. Poi, foggi con celerit stupefacente le cose. Voglio dire, le grandi cose reali. E, cio, delle rocce, delle montagne, un albero: e, dopo questo primo esemplare, innumerevoli altri....".
Da qualche tempo, venivo avvertendo dei passi risonare dietro di noi. Dei passi, che non ci raggiungevano, ma senza perdere terreno. Quel trepesto mi turbava: tanto, che m'ingolfai, distratto, nella storia della creazione, proseguendo cos:
"Un simile prodigio di attivit rapida e feconda non riusciremmo a spiegarcelo, ove non pensassimo che tutto era ormai ben predisposto nella mente di Dio, maturatovi prima dal lungo riflettere....".
Ma ecco che quei passi ci avevano, finalmente, raggiunto. E una voce tutt'altro che gradevole ci ader addosso appiccicosa:
"Oh, voi parlate certo del signor Schmidt....".
Guardai, non senza stizza, verso la nuova venuta. Ma la vicina fu clta, visibilmente, da un grande imbarazzo. Toss un poco. Rispose:
"No.... cio.... S.... Parlavamo appunto.... in un certo senso....".
"Che autunno!", esclam brusca quell'altra, come se nulla fosse stato. E la sua faccia, tutta rossa, splendeva.
"S", udii replicare la vicina. "S, cara signora Hpfer, avete ragione.  un magnifico autunno, eccezionale....".
Poi, le due donne si accomiatarono. La signora Hpfer grid ancra con voce chioccia:
"Salutatemi le bimbe!".
Ma la vicina non le badava pi. Era tutta ansiosa di ascoltare la mia storia.
Con crudelt inqualificabile, sostenni:
"Non ricordo pi, adesso, dove eravamo rimasti".
"Stavate dicendo che nella mente di Dio tutto....".
Divenne di fuoco. Ne provai pena. E ripresi, allora, sbito a raccontare:
"Ah,  vero.... Dunque, proseguiamo. Fin che aveva creato soltanto le cose, il buon Dio non si sent costretto a guardare senza tregua la terra. Non poteva accadere nulla, laggi. Il vento trascorreva sulle creste dei monti perch del tutto simili alle nubi, che gli erano note di gi. Evitava ancra, invece, sospettoso, le cime degli alberi. E se ne rallegrava tutto, il buon Dio. Le cose, potrei dir che le avesse create dormendo. Ma nel porre mano alla creazione degli animali, incominci a prendere pi gusto al lavoro. Vi rimaneva per ore e ore reclino, sollevando di rado le vaste sopracciglia per gettare uno sguardo sulla terra. La dimentic poi del tutto, mentre creava l'uomo. Non so bene a quale complicata parte del corpo umano egli stesse attendendo, quando gli frusci accanto un palpito d'ali. Un angelo passava veloce, cantando: "O Tu che vedi ogni cosa!". Il buon Dio ebbe un brivido di spavento. Aveva indotto l'angelo in peccato di menzogna. Lanci sbito uno sguardo sulla terra. Ed ecco v'era gi accaduto qualcosa, cui sarebbe stato difficile, ormai, riparare. Un uccellino andava svolazzando, come spaurito, qua e l; e il buon Dio non si sentiva in grado di soccorrerlo, perch non aveva visto da quale bosco si fosse smarrita quella povera bestiolina. S'irrit. Scoppi a dire: "Gli uccelli debbono rimanere fermi l, dove li ho messi io". Poi, si sovvenne: per intercessione degli angeli, proprio Lui aveva dato le ali agli uccelli, perch anche in terra vi fosse qualcosa, che agli angeli appunto potesse rassomigliare. Questo pensiero accrebbe il suo malumore. Ma a certi stati d'animo non v'ha miglior rimedio del lavoro. E, tutto assorto nella creazione dell'uomo, il buon Dio ritrov la gaiezza. Aveva innanzi a s, per specchiarvisi, gli occhi degli angeli. Vi ravvisava dentro i lineamenti del suo vlto. E veniva formando lentissimo, a immagine di quelli, con infinita cautela, in una sfera deposta sulle proprie ginocchia, il primo vlto umano. La fronte gli era riuscita. Trovava adesso maggiori difficolt nell'apporre sul vlto, simmetriche, le narici. E si curvava, sempre pi inteso all'impegno, quando un nuovo palpito d'ali frusci vicinissimo. Il buon Dio lev il capo. Lo stesso angelo di poc'anzi, gli volava, in grandi ruote, d'intorno. Questa volta non lo ud cantare, perch la voce gli s'era spenta in gola con la menzogna. Ma lesse sulla sua bocca, novamente, le parole dell'inno: "O Tu che vedi ogni cosa!". Gli si fece innanzi, in quell'attimo, San Nicola, che gode della particolare fiducia di Dio. E disse traverso la gran barba: "I tuoi leoni se ne stanno tranquilli, laggi. Non posso tacerti che sono creature orgogliose. Ma un cagnolino va correndo proprio sul limite estremo della terra. Guarda:  un terrier. Finir per precipitare nel vuoto....". E il buon Dio scrse davvero qualcosa di gaio e di bianco, come una minuscola luce, danzare su e gi per la regione scandinava, proprio l dove la terra si arrotonda in una curva terribilmente infida. Mont, questa volta, su tutte le furie. E invest San Nicola, rimbeccando che, se non gli andavano a genio i suoi, di leoni, provasse dunque a plasmarsene degli altri da s. San Nicola abbandon allora il cielo, sbattendo la porta: e una stella, staccatasi all'urto, colp, giusto nel capo, il terrier.
Il disastro era ormai irreparabile. E il buon Dio dovette convenire d'averne colpa egli solo. Risolse pertanto di non distogliere lo sguardo dalla terra mai pi. E cos avvenne. Affid il lavoro alle sue mani (che sono anch'esse, d'altronde, onnipotenti); e, per quanto fosse curiosissimo di conoscere l'aspetto dell'uomo, rimaneva immobile a fissare costantemente la terra, sulla quale, come per fargli dispetto, non si moveva, adesso, nemmeno la pi piccola foglia.
Per procurarsi, se non altro, un piccolo conforto dopo tanto penare, il buon Dio aveva ordinato alle mani di mostrargli l'uomo, prima di abbandonarlo gi sulla terra. Cos, tratto tratto, egli veniva domandando: Pronti?, come i bimbi quando giuocano a nascondello. Ma gli rispondeva solo il lavoro delle mani che seguitavano a intridere; e il tempo pareva non trascorrere mai.
Repente, scrse qualcosa cadere attraverso lo spazio: una cosa scura, che, dalla direzione sembrava essere precipitata di l, poco distante. Clto da un triste presagio, chiam allora le mani. Comparvero tutte intrise d'argilla, calde e tremanti. Le invest, gridando:
"E l'uomo, dov'?".
Ma la destra si scagli sulla sinistra:
"Sei tu, che lo hai lasciato cadere!".
"Scusa", replic la sinistra irritata, "volevi far tutto da sola.... Non mi hai neppure permesso d'interloquire....".
"Senti che ragioni! Appunto per ci, avresti dovuto almeno reggerlo salda!".
La mano destra stava per dare fiato all'accusa. Ma riflett un attimo. E dissero allora entrambe, come riprendendosi:
"Era cos irrequieto, l'uomo..., cos frenetico di vivere. La colpa non  nostra, credilo. Siamo proprio innocenti".
Ma il buon Dio appariva furibondo sul serio.
Cacci via le mani che gl'impedivano la vista della terra:
"Andatevene! Andatevene! Non voglio pi saperne di voi! Fate ci che vi pare!".
E le mani, da allora, procurano d'ingegnarsi. Ma dei mille lavori che iniziano, non riescono a compierne alcuno. Senza Dio, nessuna cosa pu giungere a compimento. A poco a poco, ecco, si sentirono finite. E se ne stanno, adesso, in ginocchio da mane a sera. E fanno penitenza. Cos, almeno, si racconta. Ma a noi sembra, piuttosto, che Dio riposi, perch  in collera con le proprie mani. Dura sempre, anche oggi, il settimo giorno".
Tacqui un attimo. E la vicina ne profitt opportunamente:
"E voi credete proprio che Dio non si pacificher, un giorno, con le sue mani?".
"Oh, s", risposi. "Almeno, lo spero".
"Ma quando?".
"Quando potr conoscere l'aspetto dell'uomo, che, contro i suoi ordini, le mani hanno lasciato cadere troppo presto quaggi".
La vicina rimase un istante sopra pensiero. Poi, scoppi a ridere
"Eh via! Per vedere l'uomo, bastava ch'Egli avesse guardato gi, sulla terra....".
"Scusate", ribattei; ma con garbo. "Scusate. L'osservazione prova, senza dubbio, tutta la vostra acutezza. Ma la mia storia, vedete?, non  ancora terminata. Dunque, ecco. Quando le mani si furono tratte in disparte e Dio pot novamente abbracciare con lo sguardo la terra, era trascorso un minuto o un migliaio d'anni, che significa (si sa bene) lo stesso. Invece di un solo uomo, ne scorse, allora, un milione. Ma la orribile moda dell'epoca sfigurava anche i visi; e il buon Dio non giunse a farsi degli uomini che un'idea molto erronea, (perch dissimularlo?) assai sfavorevole".
"Hum....", fece la vicina; e stava per obiettare qualche cosa. Ma io non vi badai: e conchiusi, anzi, elevando pi energico il tno della mia voce:
"Ecco perch risulta indispensabile e urgente che Dio possa apprendere come l'uomo  fatto in realt. Rallegriamoci dunque che vi siano al mondo creature capaci di rivelarglielo".
Ma la vicina stentava, insomma, a rallegrarsi:
"E chi sarebbero, vi prego, queste creature?".
"Normalmente, i bambini. E poi, di quando in quando, coloro che dipingono, che scrivono versi, che costruiscono".
"Che costruiscono le chiese?"
"S, anche le chiese. Ma non importa che cosa. Che costruiscono, cos, in generale".
Scosse lentamente il capo, incredula. Troppi particolari le riuscivano strani!
Avevamo gi oltrepassata la casa: e si tornava ora, pian piano, sui nostri passi. Repente, un'idea fulminea la esilar. Scoppi a ridere:
"Ma che sciocchezza! Il buon Dio sa tutto. E, dunque, avrebbe dovuto conoscere benissimo, per esempio, da quale mai bosco si era smarrito l'uccellino....".
Mi squadr con un'aria di trionfo. Restai, lo confesso, alquanto imbarazzato. Ma, ripreso animo, riuscii ad assumere un'espressione di solenne gravit.
"Cara signora", soggiunsi in tno cattedratico; "questa  una storia tutta a s. Ma perch voi non crediate ch'io voglio sfuggire con un pretesto (la vicina si scherm energicamente), vi dir breve: il buon Dio possiede, non v'ha dubbio, tutte le qualit possibili e immaginabili. Ma prima ch'Egli dovesse trovarsi in grado di applicarle nel mondo, gli apparivano, tutte unite, come un'unica immensa poderosa energia. Non so se riesco a spiegarmi chiaro. Ma, insomma, dinanzi alle cose, le facolt di Dio si specializzarono: e divennero, in un certo senso, doveri. Egli durava fatica a tenere conto di tutti perch alcuni erano in contrasto con gli altri.... Badate! Dico ci a voi solamente.... Guardatevi bene dal ripeterlo alle piccine!...".
"Ma vi pare!", assicur, vivace.
"Vedete? Se un angelo fosse sopraggiunto in volo, cantando: - O Tu che sai ogni cosa! -, tutto sarebbe andato per il meglio....".
"E questa storia?... Superflua?".
"Certo", confermai. E mi accomiatavo.
"Ma voi siete ben sicuro di tutto ci?".
"Sicurissimo", sostenni quasi con solennit.
"Allora, ne avr, oggi, di cose da raccontare alle bimbe!".
"Come vorrei poterle ascoltare anch'io! Arrivederci, signora".
"Arrivederci, signore", rispose.
Poi, si volt di nuovo, tornando verso di me:
"Ma perch quell'angelo....".
"Cara signora", la interruppi: "mi avvedo adesso che le vostre figliuole non tempestano di domande solo perch sono piccine....".
"Che volete dire?", domand curiosa....
"Voglio dire che i medici affermano l'ereditariet di certi....".
Mi minacci con un dito. Ma ci separammo, tuttavia, buoni amici.
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Quando (trascorso, d'altronde, relativamente, molto tempo) mi avvenne d'imbattermi ancra nella vicina, ella non era sola. Non potei chiederle, cos, se avesse ripetuta la mia storia alle bimbe, e con quale resultato. Ma venne a chiarire questo dubbio una lettera giuntami poco dopo. Poich il mittente non mi ha autorizzato a pubblicarla, debbo limitarmi a ripetere come finiva. Se ne dedurr, senz'altro, la provenienza.
Era, dunque, sottoscritta cos: Io e altri cinque bambini, perch mi sono contata fra loro.
Risposi sbito
Cari bambini,
Lo credo bene che La fiaba delle mani di Dio vi sia tanto piaciuta! Piace anche a me. Ma non posso venirvi a trovare. Non andate in collera! Chi sa se, io, vi piacerei? Ho un brutto naso, vedete! Ove dovesse poi tornargli in punta una bollicina rossa, come si verifica di tanto in tanto, voi rimarreste certo a guardarla tutto il tempo a bocca aperta, senza pi badare alla storia che vi verrei narrando da un po' sotto il mio naso. Finireste probabilmente per sognarvela, quella bollicina. E non sarebbe bello.
Vi propongo, invece, un'altra soluzione.
Ecco: noi abbiamo, anche all'infuori della vostra mamma, una quantit di amici e di conoscenti comuni, che non sono bambini. Saprete quali. Ebbene a costoro, io narrer, di quanto in quando, una storia. E dalla bocca dei cortesi intermediarii vi sar possibile apprenderla sempre pi bella di quanto io stesso non avrei saputo narrarvela. Perch, tra i nostri comuni amici, ve n'ha di quelli che sono poeti: e poeti di vaglia.
Non vi sveler il soggetto delle mie storie. Ma siccome nulla v'interessa e vi sta a cuore pi del buon Dio, cos voglio procurare d'introdurre in esse, quando cpiti l'occasione, tutto ci che conosco di Lui. Se poi qualcosa dovesse resultarvi inesatta, scrivetemi pure liberamente un'altra bella lettera, o mandatemelo a dire per la mamma. Pu darsi ch'io cada, qua o l, in errore, perch le Storie pi belle le ho apprese da tempo immemorabile: e, dopo d'allora, ho dovuto impararne molte, che non sono belle altrettanto. Nella vita accade, similmente, cos. Tuttavia, la vita  pur sempre una mirabile cosa. Anche di questo, si tratter spesso nelle mie storie.
Con ci, vi saluto.
Io, e cio Uno: perch mi sono compreso nel numero.
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Fine.
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LO STRANIERO.
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Uno straniero mi ha scritto.
Non mi parla, nella sua lettera, n dell'Europa, n di Mos; n dei grandi profeti, n dei piccoli; n dell'Imperatore di Russia, n dello Zar Ivan il Terribile, suo tremendo antenato. Non mi parla n del borgomastro, n del vicino calzolaio, n di citt prossime o lontane. Non accenna nemmeno al gran bosco percorso dai caprioli, in cui soglio smarrirmi ogni mattina. E non mi d notizie della sua mammina; n delle sorelle, che sono certo, da parecchio tempo, sposate. Forse, la mammina gli  morta. Come potrebbe essere diversamente, se non la trovo neppure nominata in una lettera di quattro pagine?
Mi dimostra, qui, una confidenza assai pi grande. Mi chiama infatti "fratello", e mi parla delle sue pene.
La sera, egli viene a casa mia. Non accendo le lampade. Lo aiuto a togliersi il mantello; e lo invito a prendere il t.  proprio l'ora in cui soglio prenderlo anch'io. E con le visite pi intime, non occorre imporsi rinunzie. Ma stiamo per sederci a tavola; e mi accorgo che l'ospite  inquieto. Il vlto pieno di ansiet; le mani, gli tremano.
"A proposito....", dico; qui, c' una lettera per voi".
Mi accingo a versare il t.
"Zucchero? Gradite, forse, limone? Io ho imparato in Russia a mettere il limone nel t. Volete provare?".
Poi, accendo una lampada sola. La porto nell'angolo pi lontano, la fermo un po' alta, cos da lasciar la stanza sempre in penombra: ma in una penombra rosea, alquanto pi calda di prima. Ed ecco che, allora, anche il vlto dello straniero appare pi tranquillo, pi caldo, meno ermetico.
Torno a dargli il benvenuto, dicendo:
"Ma sapete che vi attendevo da tanto?".
E, prima che abbia il tempo di esprimere il suo stupore, mi spiego:
"Io so una storia. Ma non posso raccontarla ad altri che a voi. Non mi chiedete perch. Ditemi solo se state comodo, se il t vi pare dolce abbastanza, e se siete disposto ad ascoltarmi".
L'ospite dovette sorridere per forza. Poi, rispose semplicemente:
"S".
"A tutte e tre le domande?".
"A tutte e tre le domande".
Ci abbandonammo simultaneamente sullo schienale delle poltrone, cos che i nostri vlti si empirono d'ombra. Io deposi la tazza: e i riflessi dorati del t, scintillando, mi misero in cuore una grande letizia.
Ma svan lentamente. E chiesi brusco:
"Ditemi: ricordate ancra il buon Dio?".
Lo straniero si fece pensieroso. I suoi occhi sprofondarono nel buio. E con quei fervidi granuli di luce nelle pupille, mi parvero due lunghe pergole in un gran parco, su cui giacessero sfolgoranti ed espansi, il sole e l'estate. Anche quegli occhi incominciavano cos, con una penombra rotonda: ma difilavano poi per entro una oscurit sempre pi ristretta, fino a un lontano punto in riscintillo: lo sbocco, dall'altra parte, in un giorno forse indicibilmente pi chiaro.
Mentre notavo ci fra me e me, egli rispose esitando, come se si servisse a stento della sua voce:
"S, mi ricordo ancra di Dio".
"Grazie", soggiunsi. "Grazie, perch appunto di Lui, si tratta nella mia storia. Ma, prima ditemi un'altra cosa. Vi cpita mai di parlare con bimbi?".
"S, di tanto in tanto.... per caso. Almeno...."
"Allora, saprete che, a causa di un brutto peccataccio delle sue mani, Dio ignora come sia fatto l'uomo".
"L'ho sentito raccontare tempo fa. Non so dove, n da chi", rispose. E scrsi alcuni vaghi ricordi balenargli via rapidi per la fronte.
"Non importa", dissi a riscuoterlo. "Ascoltate, allora, il sguito:
"Il buon Dio sopport a lungo questa incertezza. Perch la sua pazienza  grande come la sua potenza. Ma un giorno (fitte nuvole persistevano da parecchi mesi tra Lui e la terra, cos che Egli non sapeva neppur pi se tutto - il mondo, gli uomini, il tempo - non fosse che sogno), un giorno, chiam la mano destra; la quale gli era rimasta frattanto per un s lungo periodo lontana dagli occhi, al bando, nascosta in piccole opere insignificanti. Accorse essa pronta. E in realt, quand'Egli la vide l innanzi in tutta la sua bellezza, la sua giovinezza e la sua forza, sent il cuore quasi incline al perdono. Ma si riprese in tempo. E, volgendo altrove gli sguardi, ordin: "Scendi sulla terra! Prenderai col la stessa forma che vedi negli uomini; e ti porrai, ignuda, in cima a una montagna, cos ch'io ti possa, a mio bell'agio, minutamente osservare. Giunta che tu sia sulla terra, sbito cercherai di una giovinetta. Dille (ma piano!): - Vorrei vivere! - E prima, si far intorno a te un gran buio; poi, un'oscurit pi grande, che si chiama infanzia; finalmente, diverrai uomo, e salirai allora sulla montagna, cos come ti ho ordinato. Tutto ci non durer che un attimo. Addio!". La mano destra prese adesso commiato dalla sinistra. Le diede mille nomi dolcissimi. V' chi sostiene che le si inginocchiasse innanzi, esclamando: "O Spirito Santo!". Ma ecco che gi avanzava San Paolo. Recise la mano destra al buon Dio. E un Arcangelo la accolse, recisa, sotto l'ampio mantello, per portarla gi in terra. Dio si comprimeva frattanto con la mano sinistra la ferita, a impedire che il sangue, sgorgandone, inondasse a fiumi le stelle, e di qui ricadesse in tristi gocce sul mondo.
Ma non era corso gran tempo; e Dio (il quale se ne stava attentamente osservando ci che accadeva sulla terra) vide una turba d'uomini coperti di ferro agitarsi, in gran da fare, intorno a una montagna. Si aspettava di vedervi salire la sua mano. Apparve invece, col, un uomo, ravvolto, sembrava, in un manto rosso. E trascinava su per l'erta, a fatica, qualcosa di nero, ondeggiante. Nell'attimo stesso, la mano sinistra di Dio, compressa contro le vene recise, cominci ad agitarsi. Repente, balz via, prima ch'Egli avesse potuto impedirlo; e si diede a correre come impazzita qua e l fra le stelle gridando: "Oh la mia povera sorella! Ahi, che non posso soccorrerla!". E tirava, a strapponi, il braccio, per liberarsene. La terra era ormai tutta rossa del sangue di Dio; e, sotto quei fiumi, non si poteva pi scorgere ci che avveniva col.... Poco manc che, allora, il buon Dio non morisse.
Con uno sforzo supremo, richiam Egli a s la mano destra. Venne, esangue e tremante; e torn ad accovacciarsi al suo posto come una bestia malata. Ma neppure la mano sinistra (la quale era un'arca di scienza, tanto che aveva riconosciuto nell'uomo in mantello rosso, sulla montagna, la mano destra di Dio) neppure la mano sinistra pot mai ricavare dalla sorella che cosa fosse avvenuto laggi.
Doveva essere accaduto qualcosa di terribile. Perch la mano destra non  riuscita ancra a riaversi. E dell'orrendo ricordo, non soffre meno di quanto non soffra per la collera di Dio, che non ha perdonato ancra alle mani l'antica disobbedienza".
Tacqui a riprendere fiato.
Lo straniero si era nascosto il viso tra le palme.
Rimanemmo a lungo, entrambi, cos. Poi, l'ospite domand con una voce che mi parve di conoscere da tempo immemorabile:
"E perch mai la avete raccontata proprio a me, questa storia?".
"E chi altro avrebbe potuto comprendermi? Voi siete giunto qui, senza rango, senza impiego, senza verun segno di attributi temporali: quasi senza nome. Era buio, quando siete entrato. Pure, io notai immediatamente, nel vostro viso, una strana rassomiglianza....".
Lo straniero mi lev negli occhi uno sguardo interrogativo.
"S", risposi a quello sguardo muto. "Spesso, vedete?, mi avviene di pensare che la mano di Dio sia novamente in cammino".
I bimbi hanno risaputo questa storia. Narrata, evidentemente, in modo che capissero tutto. Perch la serbano in cuore carissima.
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Fine.
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PERCH IL BUON DIO VUOLE CHE VI SIANO I POVERI AL MONDO.
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La storia precedente si  diffusa intorno cos, che il signor maestro va misurando in lungo e in largo la strada con una faccia scura scura.
Lo capisco.  sempre male, per un maestro, quando i bimbi imparano qualcosa, e non sia stato, a insegnarla loro, egli stesso. Il maestro dev'essere, dir cos, nell'assto, l'unico buco, per la cui luce si guarda in un orto. Se ve ne sono altri, ecco che i bimbi si accalcano ogni giorno contro un buco diverso: e finiscono poi per stancarsi di quella vista.
Io non avrei dovuto forse riportare qui un simile paragone, perch non tutti i maestri si adatteranno all'idea d'essere buchi. Ma il maestro di cui parlo, il mio vicino di casa, l'ha saputo direttamente da me, quel paragone: e lo ha trovato appropriatissimo. E se altri accampa parere contrario, l'autorit del mio vicino , per me, vangelo.
Mi stava egli adesso ritto innanzi, e diceva, aggiustandosi di continuo gli occhiali sul naso:
"Io non so chi abbia raccontato questa storia ai bambini. Ma ha fatto, comunque, malissimo a sovraccaricare e a tendere la loro fantasia con simili mirabolanti invenzioni. Si tratta d'una specie di fiaba....".
"La ho sentita raccontare per caso anche io....", interruppi. E non mentivo, perch, difatti, dopo quella sera, l'avevo gi risaputa, a mia volta, dalla vicina di casa.
"Ah, s?", disse il maestro (trovava ci spiegabilissimo). "Ebbene, che ne dite?".
Esitai a rispondere; ed egli prosegu a precipizio:
"In primo luogo, penso che sia sacrilego adoperare liberamente e a proprio capriccio dei soggetti religiosi, e per di pi biblici. Tutto ci si trova, insomma, nel catechismo: e detto in modo, che meglio non si potrebbe".
Stavo adesso per obiettare qualcosa. Ma all'ultimo momento, rammentai che il signor maestro aveva usato l'espressione: In primo luogo; e che, quindi, per norma sintattica, la sana struttura del periodo esigeva le seguisse un: Poi, e forse anche un: Finalmente, prima ch'io potessi permettermi di soggiungere alcunch.
E cos avvenne.
Ma siccome il signor maestro ha ripetuto anche ad altri (e dovrebbero ricordarlo al pari di me) questo stesso periodo, la cui struttura mirabile riempir di legittima compiacenza ogni buon intenditore, voglio trascrivere qui ci che seguiva alle belle parole introduttive E finalmente, come la chiusa d'una ouverture:
"....E finalmente (pur sorvolando sulla concezione troppo fantasiosa) mi sembra proprio che il tma non sia n sviscerato a fondo n considerato in ogni suo aspetto. Se avessi il tempo di scriverle io, delle storie....".
"Vi pare dunque di ravvisare qualche manchevolezza in quella storia?", non potei trattenermi dal soggiungere.
"Ma diamine! E pi d'una. Dal punto di vista della critica letteraria, per cos dire. Se mi  consentito di parlare da collega a collega....".
Non capivo che cosa intendesse. E, per modestia, soggiunsi:
"Voi siete troppo buono. ....Ma io non ho la vostra lunga esperienza didattica....".
Repente, un pensiero mi distrasse. Tacqui, ed egli prosegu con tno pi freddo:
"Vedete? Per citare anche un solo difetto (e se vogliamo gi consentire tanto al senso stesso di quella storia) non si pu ammettere, dico, che Dio.... che Dio non abbia pi tentato nulla per vedere come fosse fatto l'uomo. Intendo dire....". Credetti di dover cogliere il destro, a riconciliarmi le grazie del signor maestro. E m'inchinai lievemente, cominciando:
"Non v' chi non sappia che voi avete consacrato tutto il vostro amore (e a dire il vero non senza esserne pienamente corrisposto) allo studio della questione sociale".
Il signor maestro sorrise.
"Ebbene: suppongo allora che non mancher d'interesse per voi quanto penso, adesso, di raccontarvi. Anche perch mi  possibile collegarlo all'ultima vostra obbiezione, senza dubbio acutissima".
Mi guard stupito:
"Che dite? Dio tenterebbe forse....".
"Sicuro", confermai. "Dio  sul procinto di un nuovo tentativo".
"Davvero?", esclam. "E lo si sa anche nei circoli autorizzati?".
"Ecco: su ci non posso garantirvi nulla di preciso, perch io non sono in rapporto con quei circoli. Ma se volete ascoltare egualmente la mia breve storia....".
"Mi rendereste davvero un servigio".
Il maestro si tolse gli occhiali; e ne ripul, accurato, le lenti. I suoi occhi, scoperti, parvero come vergognosi.
Io cominciai:
"Un giorno il buon Dio se ne stava contemplando, dall'alto, una grande citt. Ma poich alla lunga i suoi occhi si stancarono di tutto quel trambusto (e a stancarli contribu non poco l'immensa rete aggrovigliata dei fili elettrici), risolse di riposarsi; e ferm lo sguardo sovra un altissimo casamento, pensando che ci lo affaticherebbe assai meno. Lo riprese, nel tempo stesso, l'antico desiderio di vedere come fosse fatto un uomo vivo. E incominci pertanto ad affondare lo sguardo dentro le finestre, risalendo su su, di piano in piano.
Gli inquilini del primo (un ricco commerciante e la sua famiglia) non erano, si pu dire, che "vestiti ritti sui piedi". E non solo ogni bench minima parte di quegli esseri scompariva, letteralmente, sotto le stoffe preziose; ma le linee esteriori degli abiti assumevano, qua e l, tali forme che non si sarebbe potuto sospettare comunque, sott'essi, neppur l'ombra di un corpo.
Al secondo piano, le cose non andavano diversamente. La gente del terzo cominciava,  vero, ad essere meno coperta, anzi soffocata, dagli abiti. Ma era cos lurida, che al buon Dio non parve di scorgere, dall'alto, se non solchi di sporcizia. E nella sua infinita bont stava quasi per comandare che germogliassero.
Infine, sotto le tegole, in un angusto abbaino sbilenco, il buon Dio trov un uomo miseramente vestito, tutto intento a impastare argilla.
"Oh, oh! Che state facendo?", gli disse.
L'uomo non si tolse neppure la pipa di bocca. E brontol:
"Lo sa il diavolo! Preferirei tirar lo spago al deschetto di un calzolaio! Sciagurato mestiere! Si sta qui seduti tutto il giorno, e ci si danna!".
Ma poi, per quante altre domande gli rivolgesse il buon Dio, era d'umore cos pessimo, che non fu possibile cavargli pi dalle labbra una risposta. Sino al giorno, in cui gli pervenne dal borgomastro della citt una lettera a caratteri sesquipedali. Allora, raccont al buon Dio ogni cosa, senz'essere nemmeno interpellato.
Da tempo immemorabile, non aveva pi avuto nemmeno una commissione. Ora, d'improvviso, gli ordinavano una statua per il parco municipale: una statua, che avrebbe dovuto intitolarsi La Verit. Lo scultore lavorava dunque, giorno e notte, adesso, in uno "studio" lontano. E nel vederlo curvo sulla creta, tornavano in mente al buon Dio tanti antichi ricordi.... Se non fosse stato tutt'ora in collera con le sue mani, si sarebbe forse indotto a ricominciare....
Ma quando venne il giorno di trarre fuori la statua per alzarla in mezzo al parco (l dove il buon Dio l'avrebbe potuta alfine ammirare compiuta), nacque un putiferio. Perch una commissione composta di magnati, di sapientoni e d'altri personaggi cospicui della citt reclamava che la statua fosse almeno in parte vestita, prima di essere esposta agli occhi del pubblico.
Il buon Dio non pot capire perch, tanto sonavano alte le bestemmie dello scultore. Colpa di quei magnati, di quei sapientoni, di quegli altri innumerevoli personaggi cospicui: e Dio avr saputo certo con chi prendersela.... Ma che tremenda tosse, signor maestro!".
"Non  nulla", rispose il mio interlocutore con la voce gi del tutto rischiarata.
"D'altronde, siamo agli sgoccioli, ormai. Il buon Dio abbandon con gli occhi il casamento e il parco municipale. E si apprestava gi a ritirare dalla terra lo sguardo con un colpo secco, cos come si ritrae dall'acqua la lenza per vedere se il pesce ha abboccato. Ed ecco che, veramente, adesso, qualcosa aveva abboccato all'amo: un'angusta catapecchia stipata da molti infelici, coperti di pochi stracci. - Ecco com'! -, pens il buon Dio. - Poveri, poveri, bisogna che siano gli uomini! Questi son gi poverissimi. Ma io li render ancra pi poveri, fin che non abbiano pi neppure la camicia. - Cos stabil il buon Dio".
Feci punto al mio discorso, per lasciar capire che la storia finiva qui.
Ma il signor maestro non pareva affatto contento. Trovava anche questa storia grezza e incompiuta. Come l'altra: n pi, n meno.
Cercai di scusarmi:
"Non lo nego. Ma vedete? Per l'appunto, dovrebbe venire adesso un poeta; e inventare una conclusione di fantasia. Perch riconosco che una conclusione vera e propria non l'ha".
"Spiegatevi meglio!", fece il signor maestro. E mi guardava fisso, sospeso.
"Ma caro signore", gli rammentai. "Avete la memoria un po' labile, voi.... Non siete - proprio voi! - il Presidente, qui, della Congregazione di Carit?".
"Sicuro.... Da una decina d'anni.... E....".
"E.... per l'appunto: voi e la vostra Congregazione, proprio voi, impedite da tempo al buon Dio di raggiungere lo scopo. Voi, vestite i poveri....".
"Che dite, signore?", ribatt egli con umilt. "Che dite? Questo  amore del prossimo, semplicemente. E non pu tornare che bene accetto a Dio, in sommo grado".
"Capisco! E anche nei circoli autorizzati, si sar ben convinti di ci, vero?", soggiunsi senz'ombra di malizia.
"Lo credo bene, signore! Nella mia veste di Presidente della Congregazione di Carit, ho dovuto ascoltare spessissimo le pi alte parole di elogio.... Sia detto fra noi, in confidenza: al prossimo avanzamento, so che si vuol dare all'opera mia.... Voi capite....".
"Tutti i miei augurii!", risposi.
Ci tendemmo la mano. E il signor maestro si allontan con un passo cos misurato e solenne, che, scommetterei!, dev'essere giunto in ritardo alla scuola.
Come scopersi pi tardi, una parte di questa storia (la pi adatta, s'intende!) l'hanno tuttavia risaputa i bambini.
Che il signor maestro l'abbia inventata lui, una qualche fine poetica?
...
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...
Fine.
...
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...
COME IL TRADIMENTO ENTR IN RUSSIA.
...
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...
Ho un altro amico ancra, fra i miei vicini di casa. Un paralitico che, d'estate come d'inverno, trascorre il suo tempo l, sempre l, in poltrona, presso una finestra del pianterreno.
 giovine e biondo. Sembra anzi, a volte, giovanissimo. In certe ore, il suo viso intento ad origliare assume un'espressione infantile. Ma altre ve n'ha, nelle quali i minuti scorrono su di lui come anni. E, d'improvviso,  un vecchio, le cui stanche pupille hanno gi preso commiato dal mondo.
Ci conosciamo, da non saprei pi quanto tempo. Si cominci, per mesi e mesi, a guardarci. Poi, senza volere, ci sorridemmo. Per tutto un anno, ci siamo scambiati, ogni volta, il saluto. E adesso infine (da quando, lo sa Dio solamente), ci raccontiamo l'un l'altro un po' di tutto: cos, alla rinfusa, come cpita.
Tempo fa, passavo.
"Buon giorno!", grid non appena mi scrse. E la sua finestra era ancra spalancata sull'autunno opulento e silenzioso di fuori. "Da quanto mai tempo non vi si vedeva!".
"Sono stato in viaggio".
"Dove?", richiese con la pi viva impazienza negli occhi.
"In Russia".
"Oh, quanto lontano!".
Si rovesci indietro, sullo schienale. Poi, disse:
"Che paese  la Russia? Immenso, vero?".
"Immenso", risposi. "E poi....".
"Ho fatto una domanda stupida....".
Sorrise, arrossendo.
"No, Ewald. Al contrario. Vedete? Alla vostra domanda: - Che paese ? -, molti particolari mi appaiono pi limpidi. Per esempio, i confini della Russia".
"I confini orientali?".
Riflettei un attimo: "No".
"Quelli settentrionali, allora?", insist il paralitico.
Mi balen la risposta in un lampo:
"L'abitudine di consultar le carte geografiche ha finito per rovinare gli uomini. Ivi, tutto  disteso su di un unico piano, senza rilievi e dislivelli. E quando hanno designato i quattro punti cardinali, credono d'avere assolto ogni obbligo. Ma un paese, non  un atlante. Ha monti ed abissi. E anche in alto, anche in basso, deve pur confinare con qualcosa".
"Hum", mormor pensieroso. "Ma con che cosa dovrebbe mai confinare, da quelle due parti, la Russia?".
Il malato ebbe nel vlto una improvvisa espressione infantile.
"Vedo che voi lo sapete", esclamai.
"Forse con Dio?".
"Precisamente: con Dio".
Approv, con l'aria d'aver capito. Ma gli sorse poi sbito, qualche dubbio:
"Dio sarebbe, dunque, un paese?"
"Non credo", replicai. "Ma nelle lingue primitive, molte cose portano lo stesso nome. V' certo lass, un paese che si chiama Dio; e colui che vi regna si chiama egualmente Dio. I popoli semplici non riescono, spesso, a distinguere la propria terra dal re. Entrambi sono grandi e clementi, terribili e grandi".
"Capisco", replic il paralitico seduto accanto alla finestra. "E la si avverte, in Russia, la vicinanza di Dio?".
"Si avverte nell'aria. L'influsso di Dio  col potentissimo. Per quante cose s'importino laggi dall'Europa queste cose d'occidente si tramutano in pietre, non appena abbiano varcato le frontiere. E sia pure, a volte, in pietre preziose: ma buone soltanto pei ricchi, per le cos dette persone di riguardo; mentre da quegli altri confini, viene il pane, di cui vive il popolo".
"E il popolo ne avr, naturalmente, in copia....".
Esitai:
"No. Parecchie circostanze ostacolano l'importazione dal paese di Dio".
Tentai di distrarlo da questo pensiero, proseguendo:
"Ma si sono adottati, in Russia, molti usi e costumi di quella gran terra finitima. Per esempio, tutto il cerimoniale. Allo zar, ci si rivolge come a Dio".
"Non lo chiamano dunque: Maest?".
"No. A quei sovrani, viene dato il nome di Piccolo padre".
"E ci si inginocchia innanzi a loro?".
"Ci si inginocchia innanzi a loro, fino a toccare con la fronte la terra; e si piange; e si dice: - Ho peccato. Perdonami, Piccolo padre! -. Gli stranieri, nel veder questa usanza, la definiscono un atto di servilismo. Ma io penso diversamente. Che cosa significa la genuflessione? Significa, deferenza. Ma ad esprimere la deferenza, basta anche un semplice inchino del capo, pensano gli stranieri. Ebbene, s. Il saluto, l'inchino sono, in un certo senso, formule abbreviate, di deferenza; formule abbreviate srte nei paesi non abbastanza spaziosi per consentire a tutti di prosternarsi al suolo. Ma d'ogni formula abbreviata si finisce, presto o tardi, per valersene meccanicamente: cos, senza pi la consapevolezza del suo significato. Ecco perch  bene, l dove ancra lo consentono il tempo e lo spazio, scrivere per disteso quel gesto; scrivere per disteso la bella parola solenne: deferenza".
"Oh, se potessi, come vorrei anch'io inginocchiarmi!", mormor trasognato il paralitico.
Dopo un breve silenzio, continuai:
"Ma in Russia anche molte altre cose provengono da Dio. Si ha il senso che ogni novit, ogni abito, ogni cibo, ogni virt e finanche ogni colpa, giungano attraverso quelle frontiere; e debbano essere autorizzati da Lui, prima di entrare nell'uso....".
Il malato mi guard con un'espressione di paura diffusa sul vlto.
"Nel dir ci, mi riferisco soltanto a una fiaba", mi affrettai a soggiungere per rassicurarlo. "A una cos detta bylina, che in russo significa cosa avvenuta. Voglio raccontarvela in succinto. S'intitola: Come il tradimento entr in Russia".
Mi appoggiai, dal di fuori, al davanzale della finestra; e il paralitico chiuse gli occhi, com'era solito fare, beato, ogni qual volta incominciasse una storia.
Raccontai:
"Tempo vi fu, in cui lo zar Ivan il Terribile pretendeva dai sovrani finitimi un tributo; e li minacciava con lo spauracchio della guerra, se non lo inviassero sbito a Mosca, la citt bianca, in oro sonante.
Ma quelli, dopo aver tenuto consiglio, dissero come un sol uomo: "Noi ti proponiamo tre enigmi. Trvati il tal giorno in Oriente, presso la Pietra bianca, ove saremo ad attenderti, e portaci le tre soluzioni. Se risulteranno giuste, ti consegneremo le dodici botti d'oro che richiedi".
Lo zar Ivan Vassilievic si mise da prima a meditare intorno ai tre enigmi, egli stesso: ma lo distraevano le numerose campane di Mosca, la Citt bianca. Convoc, dunque, i sapienti del Regno e i consiglieri della Corona. E tutti coloro che non sapevano rispondere a' suoi quesiti, li faceva condurre sulla Piazza rossa, dove si stava costruendo la chiesa consacrata a Vassilj il Nudo; e ordinava che fossero, semplicemente, decapitati.
Con un simile passatempo, i giorni correvano via cos rapidi, ch'egli si trov, d'improvviso, in cammino verso l'Oriente, diretto alla Pietra bianca, presso la quale lo attendevano i sovrani finitimi.
Dei tre enigmi, non era giunto ancra a risolverne neppur uno: ma, essendo la mta lontana, gli sorrideva pur sempre la speranza d'incontrare, lungo il cammino, qualche sapiente. Ogni sovrano aveva, in quel tempo, l'abitudine di far decapitare i sapienti che non si dimostrassero a sufficienza istruiti. Epper tutte le strade erano percorse da miseri sapienti fuggiaschi.
Per giorni e giorni, non spunt all'orizzonte anima viva. Ma una bella mattina, Ivan scrse un vecchio contadino barbuto, intento a costruire una chiesa. Era ormai giunto alla volta, e vi stava disponendo minuscoli travicelli. Ma (cosa strana!) tornava egli a discendere per prenderli a uno a uno, invece di raccoglierne parecchi alla volta nel lungo caftano. Seguitava pertanto a salire e a calarsi di continuo su e gi per la scala: ed era difficile prevedere se in tal modo sarebbe mai riuscito a trasportare l in cima, e a collocare, tutti e quattrocento i travicelli della grossa catasta, ammucchiata l a terra.
Lo zar perse la pazienza:
"Idiota!", gli grid (in Russia,  questo l'appellativo che si rivolge, di solito, ai contadini). "Faresti meglio a caricarti d'una buona scorta di legna, ogni volta che ti arrampichi lass. Non sarebbe pi semplice?".
Il contadino, ch'era sceso proprio in quell'attimo, port una mano a visiera sugli occhi, e rispose:
"Lasciami fare, zar Ivan Vassilievic. Ognuno sa il suo mestiere. Piuttosto, gi che ti vedo, voglio dartela io, la soluzione dei tre enigmi. Occorre pure che tu l'abbia pronta in Oriente, presso la Pietra bianca. E la Pietra bianca non  lontana".
Gli ficc in testa le tre risposte, per ordine, una dietro l'altra.
Tanto fu lo stupore, che lo zar non sapeva come ringraziarlo.
"Che debbo darti per ricompensa?", gli domand, infine.
"Nulla", rispose il contadino. E, preso un altro travicello, stava gi per risalire la scala.
"Fermo!", grid allora lo zar. "Cos non va. Bisogna che tu mi esprima un desiderio".
"Ebbene, Piccolo padre: se lo comandi, mandami uno dei dodici barili che riceverai in dono dai Principi, in Oriente".
"Ho capito", assent lo zar. "Ti prometto un barile d'oro".
E spron il cavallo a galoppo, per paura che la soluzione dei tre enigmi potesse uscirgli, altrimenti, dal capo.
Pi tardi, quando lo zar se ne fu tornato dall'Oriente coi dodici barili d'oro, si chiuse a Mosca nel suo palazzo: il Kremlino dalle cinque porte; e vuot un barile dietro l'altro sul lucido impiantito della sala, cos che una montagna d'oro si ammucchi innanzi a lui: e gettava attorno sul suolo una grande ombra nera. Distratto, lo zar aveva vuotato anche il dodicesimo barile. Si accinse a riempirlo di nuovo. Ma gli spiaceva di dover ritogliere adesso da quel magnifico mucchio una tale quantit d'oro. Nella stessa notte scese gi in corte; riemp per tre quarti il barile di sabbia finissima; torn in punta di piedi nel palazzo; sparse dell'oro sulla sabbia; e, la mattina dopo, invi il barile per un messo in quella regione dell'immensa Russia, in cui il vecchio contadino stava costruendo la chiesa.
Quando costui vide giungere il messo, discese dalla volta, che non era ancora finita, e grid:
"Puoi fare a meno di avvicinarti, amico mio. Torna indietro con la tua botte, che contiene tre quarti di sabbia e un quarto scarsissimo d'oro. Non mi occorre. Di' al tuo signore, che fino ad oggi il tradimento non era penetrato in Russia. Incolpi pertanto se stesso, se d'ora innanzi dovr accorgersi di non potersi pi fidare di nessuno. Perch egli ha insegnato, adesso, come si faccia a tradire; e di secolo in secolo il suo malo esempio trover in tutta la Russia imitatori. Io non mi attendevo oro, da lui; ma lealt e probit. Egli mi ha invece ingannato. Riferisci ci al tuo signore, al terribile zar Ivan Vassilievic, che se ne sta seduto sul trono della Citt bianca, Mosca, con la sua cattiva coscienza dentro, e con le sue vesti dorate di fuori".
Dopo alcuni istanti, mentre cavalcava sulla via del ritorno, il messo si volse indietro a guardare. Il contadino e la chiesa erano scomparsi. Anche la catasta dei travicelli non si ammucchiava pi al suolo. Non appariva col che una immensa steppa deserta e uniforme.
Allora, l'uomo, atterrito, spron a galoppo il cavallo verso Mosca. Giunse senza pi fiato al cospetto dello zar; e gli narr confusamente ci ch'era avvenuto, aggiungendo che il preteso contadino non poteva essere altri che Dio".
"E credete voi, che avesse indovinato?", mormor piano il paralitico, non appena l'eco della mia voce fu spenta.
"Pu darsi", risposi. "Ma voi sapete bene quanto il popolo sia superstizioso....  tardi. Bisogna che vada, Ewald".
"Peccato!", esclam con un impeto di sincerit. "Ma spero che voi torniate presto, a raccontarmi qualche altra storia".
"Volentieri; ma ad una condizione", e mi accostai di nuovo alla finestra.
"Quale?", domand un po' stupito.
"Che voi ripetiate poi le mie storie ai bimbi del vicinato.  una preghiera che vi rivolgo".
"Oh, vengono adesso cos raramente da me!".
Lo confortai:
"Verranno, non dubitate. Penso che in questi ultimi tempi, voi non abbiate avuto voglia di raccontare loro qualche storia. Per difetto di argomenti; o per eccesso. Ma se uno conosce una storia vera, credete che possa tenerla a lungo segreta? No! Circola presto intorno. Specie tra i bimbi".
"A rivederci!".
E mi mossi.
Ma i bambini l'hanno risaputa, la mia storia, in quel medesimo giorno.
...
.
...
Fine.
...
.
...
COME IL VECCHIO TIMOFEI MOR CANTANDO.
...
.
...
Che gioia, venir novellando a un paralitico!
Gli uomini sani son cos instabili e infidi! Vedono le cose, ora da un lato, ora dall'altro. E quando si  andati intorno per un'ora con uno d'essi, e teneva la destra, ecco: vi risponde all'improvviso dalla sinistra, solo perch gli salta in mente che sia pi cortese e che l'atto comprovi un'educazione pi raffinata.
Accanto a un paralitico, non avrete nulla di ci da temere. La sua immobilit lo rende simile alle cose; e vive infatti con esse in rapporti intimi, cordiali. Egli stesso , anzi, una cosa. Ma, in un certo senso, molto superiore alle altre. Perch non ascolta solo col silenzio; sibbene anche con rare parole sommesse, con sentimenti teneri e rispettosi.
Nulla mi  pi caro che venir novellando al mio amico Ewald. E fui dunque tutto felice allorch, giorni or sono, egli mi grid dalla solita finestra:
"Sentite! Sentite! Ho da chiedervi una cosa!".
Mi avvicinai sbito, salutandolo.
"Sapete dirmi, vi prego, di dove provenga la storia che m'avete narrato l'ultima volta? Forse, da un libro?".
"S", risposi tristemente. "I dotti ve l'hanno sepolta dopo morta, non  gran tempo. Un secolo fa, viveva ancra, spensierata, su molte labbra. Ma le parole che gli uomini adoperano adesso, queste parole grevi e refrattarie al canto, la odiavano; e le sottrassero per ci, una dopo l'altra, tutte le bocche. Fin che si ridusse a vivere di stenti su poche aride labbra, ultimo suo miserabile retaggio. Ivi mor, senza eredi. E fu sepolta, come ho detto, con tutti gli onori, entro un libro. Accanto ad altre consanguinee defunte".
"Ed era molto vecchia, quando mor?", chiese Ewald, intonandosi anch'egli ormai al mio racconto.
"Quattro o cinquecento anni", precisai, secondo il vero. "Altre consanguinee hanno raggiunto tuttavia anche et, variamente, assai maggiori".
"Come? Senza riposarsi mai dentro un libro?", domand Ewald stupito.
Spiegai:
"Ch'io sappia, erano rimaste per tutta la vita in cammino: di bocca in bocca".
"Senza mai dormire?".
"S. Uscendo dalle labbra di colui che le cantava, riposavano, di tanto in tanto, entro un cuore: nel buio tiepido e raccolto".
"E quegli uomini se ne stavano dunque in silenzio cos, che dentro i cuori le canzoni potessero dormire tranquille?".
Ewald mi pareva assai incredulo.
"Non pu essere stato altrimenti", ribattei. "Si dice che, allora, gli uomini parlassero meno; che danzassero danze, le quali divenivano lente in ritmo di ninna-nanna; e che, sopra tutto, non ridessero forte come fanno oggi troppo spesso, nonostante il nostro grado di civilt".
Ewald si disponeva certo a rivolgermi un altro quesito. Ma si trattenne; e soggiunse con un sorriso:
"Io sguito a farvi domande su domande, mentre voi avevate forse in animo di raccontarmi un'altra storia". E mi guard con una trepida attesa negli occhi.
"Un'altra storia? Non saprei. Volevo dire soltanto che queste canzoni erano retaggio di alcune famiglie. Lo si riceveva e lo si tramandava di generazione in generazione. Non senza averlo prima un po' usato. Con le tracce, anzi, dell'uso quotidiano. Ma, pure, intatto: cos come si tramanda, dai padri ai nepoti, una Bibbia. I diseredati, si distinguevano dai fratelli in possesso dei loro beni, per ci: non sapevano cantare: o, per lo meno, conoscevano solo una minima parte dei canti gi noti al nonno e al padre, avendo perduto, con gli altri, tutta l'esperienza vissuta che quelle byline e quelle scaschi rappresentavano per il popolo.
 cos, per esempio, che Jegor Timofejevic aveva tolto in isposa, contro la volont del padre, il vecchio Timofei, una donna giovane e bella; e si era quindi recato con lei a Kiev, la Citt santa, ove sono sepolti i pi grandi Martiri della religione ortodossa.
Il padre Timofei (che aveva fama, le mille miglia all'intorno, d'essere il pi abile cantore della regione) maledisse il figliuolo: e andava ripetendo ai vicini di non rammentar pi neppure d'averlo mai avuto.
Ma, a poco a poco, nel dolore e nella tristezza, ammutol. E veniva poi respingendo tutti i giovani che si affollavano alla sua capanna per accogliere l'eredit dei canti, racchiusi dentro il vecchio come dentro un violino polveroso.
"Padre, piccolo padre nostro", andavano supplicando, "dacci almeno una delle tue canzoni! Una qualsiasi. Guarda! Noi la recheremo di villaggio in villaggio; e tu la sentirai risonare da tutte le fattorie, quando cala la sera e il bestiame si fa quieto in ogni stalla".
Ma il vegliardo trascorreva tutti i suoi giorni seduto sulla stufa, scotendo il capo quasi in segno di diniego. S'era fatto ormai duro d'orecchio. E siccome, per ci appunto, non sapeva se alcuno di quei giovani che s'ostinavano spiando intorno alla capanna fosse tornato a ripetere la consueta preghiera, cos seguitava a scuotere il capo in segno di diniego, sino a quando non veniva preso dal sonno. E ancra, per un po', lo scoteva nel sonno.
Con tutto il cuore, avrebbe voluto compiacere i ragazzi. Si doleva egli stesso, pensando che la cenere muta del suo corpo ricoprirebbe quei canti forse, tra non molto. Ma se avesse tentato d'insegnarne loro anche uno soltanto, ecco che avrebbe pur dovuto rammentarsi del suo Jegoruschka; e chi sa mai, dopo, che cosa sarebbe potuto avvenire. Solo perch ostinatamente taceva, nessuno l'aveva mai visto piangere. Ma celava dietro ogni parola un singhiozzo; e gli era forza richiudere sempre rapido e accorto la bocca, per tma che potesse, con ogni parola, una volta o l'altra sfuggire.
Il vecchio Timofei aveva insegnato all'unico figliuolo, sin dalla pi tenera et, alcuni di quei canti. E a quindici anni il ragazzo sapeva ormai ripeterli meglio che non i giovanotti del villaggio e dei dintorni. Tuttavia, il vecchio soleva dirgli, per lo pi nei giorni di festa, quand'era un po' brillo:
"Jegoruschka, passerotto mio, io t'ho gi insegnato a cantare molte canzoni, molte byline e anche parecchie leggende di Santi: quasi una per ciascun giorno. Ma io sono, lo sai, l'uomo pi sapiente della regione; e mio padre conosceva quasi tutte le canzoni della Russia e anche molte storie trtare. Sei troppo piccolo, ancra; e per ci, non volli ancra insegnarti le byline pi belle: quelle in cui le parole se ne stanno come icone e non hanno nulla a che vedere con le parole comuni. Cos tu non hai ancra appreso a cantare quelle melodie, che nessuno, contadino o cosacco, pot ascoltare mai senza piangere".
Questo ripeteva Timofei al figliuolo ogni Domenica e ogni festa dell'anno russo: e cio, di sovente. Fin che Jegor, dopo una violenta scenata col padre, scomparve un giorno con la bella Ustjenka, la figlia di un povero contadino.
Tre anni dopo la fuga del giovine, Timofei ammal, giusto nell'epoca in cui uno di quei pellegrinaggi, che da tutte le parti del vasto Impero sogliono recarsi verso la Citt santa di Kiev, stava per mettersi in via.
Ossip, Ossip il vicino, entr nella capanna di Timofei.
"Parto coi pellegrini, Timofei Ivanitch", disse. "Permetti che ti abbracci ancra una volta".
Non si pu dire che fosse stato tra gli amici pi intimi del vecchio, Ossip, il vicino. Ma sul procinto d'intraprendere un cos lungo viaggio, gli pareva indispensabile di congedarsi da lui come da un padre.
"Qualche volta t'ho offeso, Timofei Ivanitch", mormor singhiozzando. "Perdonami, caro! Ero preso dal vino. E allora, ti  noto, non si conosce quel che si fa. Ma a Kiev pregher e accender una candela per te. Addio, Timofei Ivanitch! Addio, piccolo padre! Forse, con l'aiuto del Cielo, guarirai. E tornerai allora a cantare. S,  un gran pezzo che non canti pi, Timofei. Che maravigliose canzoni cantavi! Quella di Djuk Stepanovic, per esempio, credi ch'io l'abbia dimenticata? Sei pazzo! La so ancra benissimo. Certo, non come la sapevi tu. Eri inarrivabile, bisogna convenirne. Dio concede, d'altronde, a chi un dono, a chi un altro. A me, per esempio....".
Il vecchio, ch'era sdraiato sulla stufa, si volt gemendo; ed ebbe un moto, come se volesse dire qualcosa. Parve ad Ossip di sentirgli susurrar piano piano il nome di Jegor. Forse Timofei avrebbe voluto far giungere al figliuolo notizie di s. Ma, quando il vicino, gi sulla soglia, gli chiese: "Hai detto forse qualcosa, Timofei Ivanitch?", il vecchio era novamente disteso, e scoteva lieve la testa canuta.
Tuttavia, Dio sa come, appena un anno dopo la partenza di Ossip, ecco che Jegor, d'improvviso, ricomparve.
Il vecchio, a prima vista, non lo ravvis, perch nella capanna era buio e i suoi occhi stanchi percepivano ormai a stento ogni nuova forma. Ma non appena Timofei ebbe udito la voce dello straniero, rabbrivid e balz dalla stufa sulle vecchie gambe tremanti. Jegor lo accolse tra le braccia. E rimasero stretti cos.
Il vecchio piangeva. Il figlio non cessava di domandargli:
"Dimmi, dimmi, babbo!  un gran pezzo che sei malato? Rispondi!".
Quando Timofei si fu un po' ripreso, s'arrampic di nuovo sulla stufa. E chiese con voce divenuta severa:
"E tua moglie?".
Un silenzio. Jegor lanci uno sputo.
"Sai? L'ho cacciata via, col bambino".
Ancra un silenzio. Poi, riprese:
"Un giorno viene Ossip da me. Ossip Nikiphorovic? - gli chiedo. - S - mi risponde - son io. Jegor, tuo padre  malato. Non pu pi cantare. Ora, nel villaggio si  fatto un gran silenzio.  come se il nostro paesello non avesse pi anima. Nessuno pi batte. Nessuno pi si muove. Nessuno piange. E anche il riso non ha pi motivo, laggi. - Cos mi risponde Ossip. Allora rifletto. Che fare? E chiamo mia moglie. - Ustjenka, le dico - debbo tornare a casa. Altrimenti, nessuno pi canta, laggi.  venuta la mia volta. Il babbo  malato. - Ustjenka risponde: - Sta bene. - Le spiego: - Ma io non posso condurti con me. Il babbo, lo sai, non ti vuole. E penso che difficilmente torner indietro, quando sia col ed abbia preso a cantare. - Ustjenka comprende. - Bene! Dio sia con te. Kiev rigurgita di pellegrini. Vivremo, il bimbo ed io, di elemosine. Confido nell'aiuto di Dio, Jegor! - Ed eccomi qui, padre. Dimmi, ora, tutte le tue canzoni!".
La notizia del ritorno di Jegor si diffuse con l'altra: che il vecchio aveva ripreso a cantare. Ma in quell'autunno il vento soffiava cos impetuoso sul villaggio, che nessuno dei passanti avrebbe potuto dire con sicurezza se veramente nella capanna si cantasse. L'uscio non veniva aperto ad alcuno, per quanti vi picchiassero. Padre e figlio volevano restar soli. Jegor sedeva sull'orlo della stufa, ov'era sdraiato suo padre. E avvicinava di tanto in tanto l'orecchio alla bocca di Timofei, poi che questi, effettivamente, cantava. La sua vecchia voce, un po' umile e tremante, recava a Jegor le pi belle canzoni: e questi dondolava tratto tratto il capo e le gambe penzolanti, a seguire un ritmo: proprio come se cantasse egli stesso.
Passarono cos molti giorni. Timofei ritrovava sempre nel fondo della memoria una canzone pi bella. Spesso, a notte, destava il figliuolo; e mentre con le mani tremule e scheletrite seguitava a fare cenni imprecisi, veniva cantando una piccola canzone; e poi un'altra, e poi un'altra, sin che accennava a un primo moto lievissimo il pigro mattino.
E dopo aver cantato la sua pi bella canzone, mor.
Negli ultimi giorni, si era spesso rammaricato di sentire chiuse in s, ancra, infinite canzoni, e di non avere pi il tempo per comunicarle al figliuolo. Se ne stava l steso con la fronte solcata di rughe, assorto in uno sforzo angoscioso di ricordare, e le labbra gli tremavano nell'attesa irrequieta. Di tanto in tanto, si levava ritto a sedere, scoteva un po' il capo, moveva le labbra; e alfine una piccola canzone nuova ne usciva per unirsi alle altre. Ma ormai non cantava per lo pi che le strofe di Djuk Stepanovic: le strofe che gli erano care sovra tutte; e, per non farlo adirare, Jegor doveva fingersi stupito, come se le udisse per la prima volta.
Quando il vecchio Timofei fu morto, la capanna, che adesso Jegor abitava da solo, rimase per molto tempo sbarrata. Poi, sull'inizio della primavera, Jegor Timofejevic, a cui era frattanto cresciuta una lunga barba, usc dalla porta. E incominci a girovagare per il villaggio, cantando.
Si spinse, pi tardi, fino ai paesi vicini, e i coloni andavano dicendosi l'un l'altro che Jegor s'era fatto bravo almeno quanto suo padre. Giacch egli sapeva un gran numero di canti solenni ed eroici: ma anche tutte quelle melodie che nessuno, fosse contadino o cosacco, poteva ascoltare senza piangere. E in pi si diceva che il suo canto avesse una cadenza dolce e triste: tale, che non se n'era mai udita una simile da verun cantore. Questa cadenza, si ripeteva sempre, inattesa, nei ritornelli, in cui acquistava una sua particolare, intensissima, potenza emotiva. Cos, almeno ho sentito raccontare".
"Non l'aveva egli dunque appresa dal vecchio?", mi domand Ewald dopo una pausa.
"No", risposi. "E non si sa bene dove e da chi l'avesse appresa".
Mi ero gi scostato dalla finestra, avviandomi. Il paralitico fece un movimento; e mi grid dietro:
"Forse Jegor pensava alla sua donna e al suo bambino.... Ma non li fece dunque tornare presso di s, ormai che il vecchio era morto?".
"No, non credo. Almeno, parecchi anni di poi, Jegor spir solo".
...
.
...
Fine.
...
.
...
LA CANZONE DELLA GIUSTIZIA.
...
.
...
Passavo, alcuni giorni dopo, innanzi alla finestra del paralitico.
Mi chiam con un cenno. Sorrideva.
"Ditemi la verit: che cosa avete promesso, voi, esattamente, ai bambini?".
"Non capisco", replicai, sorpreso.
"Ecco: quand'ebbi finito di raccontare loro la storia di Jegor, hanno messo su il broncio, perch, sostenevano, Dio non vi appare".
Rabbrividii.
"Che dite? Una storia senza Dio! Ma come  possibile?".
Tacqui un po', pensieroso. Quindi, soggiunsi:
"Infatti,  vero. Adesso rammento: in quella storia, non si fa neppur cenno di Dio. Non comprendo come sia potuto avvenire. Se qualcuno mi avesse chiesto di raccontargli una storia senza Dio, credo che avrei potuto cercarla tutta la vita, inutilmente....".
Il mio amico sorrise nel vedermi turbato cos.
"Non agitatevi", interruppe benevolo. "Io penso che non sia possibile escludere la presenza di Dio in una storia, prima di conoscerne la fine. Quando manchino due parole soltanto o anche semplicemente la pausa che segue le ultime, Dio  sempre ancra in tempo a venire".
Assentii con un cenno del capo. E il paralitico, mutando tno, riprese:
"Forse voi sapete qualche altra storia intorno ai cantori russi. Vero?".
"Non vogliamo parlar piuttosto di Dio, Ewald?"
Scosse il capo.
"Preferirei conoscere qualche altra storia intorno a quegli uomini strani.... Non so come avvenga. Ma penso sempre: - E se uno di loro entrasse qui, in questa camera? -".
Gir il capo all'interno, verso la porta. Quindi, i suoi sguardi tornarono sbito a me, non senza un certo imbarazzo. Si corresse, rapido:
"....Ma non  possibile, naturalmente".
"Perch, Ewald? A voi, possono accadere tante cose, che non accadranno mai agli altri uomini i quali, avendo l'uso delle gambe, innanzi a talune corrono via veloci; e prendono, innanzi a molte altre, la fuga. Dio vi ha destinato, Ewald, ad essere, in mezzo a tanto frettoloso turbino, un punto fermo e tranquillo. Non sentite come tutto si muove e si agita attorno a voi? Gli altri uomini galoppano dietro le pste dei giorni, come se fossero in caccia. E quando ne abbiano raggiunto uno, non resta loro nemmeno il fiato per parlargli. Ma voi, amico mio, voi ve ne state l seduto accanto alla finestra, e attendete. E a chi attende, finisce sempre per capitare qualcosa. Il vostro,  un destino privilegiato. Pensate! Anche la Madonna iberica di Mosca  costretta ad uscire dalla sua piccola cappella, per recarsi a domicilio - in una carrozza nera tirata da due pariglie - presso coloro che celebrano una qualche festa: sia battesimo o funerale. Ma da voi, invece, da voi, tutto deve venire....".
"S", disse Ewald con un sorriso trasfigurato. "Io non posso andare neppure incontro alla morte. Molti uomini la trovano, cos, lungo la strada. Ha come riguardo, la morte, d'entrare nelle case: e li chiama fuori, lontano, in guerra. Oppure, in cima a una torre: su di un ponte che oscilla: in una foresta: o nella pazzia. I pi, vanno a cercarsela qua o l, e se la portano a casa sulle spalle, senza sapere. Perch la morte  pigra: e se gli uomini non tornassero proprio loro, di tanto in tanto, a molestarla, finirebbe forse, chi sa?, per addormentarsi".
Tacque, pensieroso. Poi, continu, non senza una punta d'orgoglio:
"Ma da me, la morte dovr venir lei, quando mi voglia. Qui, in questa piccola stanza chiara, ove i fiori vivono cos a lungo; su questo vecchio tappeto; passando davanti a questo armadio, fra il tavolo e il fondo del letto (oh, non  agevole!) sino a questa mia larga, cara vecchia poltrona; che morir, allora, forse con me, perch con me, si pu dire, ha vissuto. E dovr far tutto ci, senza turbare la solita quiete: senza produrre rumore, senza rovesciar nulla, quasi che non dovesse compiere niente di eccezionale. Come una visita. Un simile pensiero avvicina a me, singolarmente, questa mia stanza. La fine si svolger qui, su questi pochi metri di scena; e l'ultimo episodio non differir molto da tutti gli altri che vi si produssero prima d'oggi e che ancra vi si produrranno. Ero bimbo, e mi sembrava gi strano che gli uomini parlassero della morte in un tno cos diverso da quello con cui sogliono parlare degli altri eventi terreni, soltanto perch nessuno  mai tornato a riferir che cosa avvenga dopo.
Ma in che si differenzia, dunque, un morto da un vivo il quale si faccia serio e grave a poco a poco e rinunci al tempo, e si chiuda in solitudine a meditare calmo e sereno su di un problema, la cui soluzione da gran tempo lo assillava? Tra la gente, non si riesce a ricordarci neppure il Pater noster. E come sarebbe allora possibile ricordare un altro qualsiasi rapporto pi oscuro, che non consiste forse in parole, ma in eventi? Occorre ritrarsi in non so quale inaccessibile silenzio. E forse i morti non sono altro che vivi, i quali si appartarono dal mondo per meditare sulla vita".
Vi fu una breve pausa, ch'io interruppi con le parole seguenti:
"Vedete? voi avete suscitato ora in me il ricordo d'una fanciulla.... Nei primi diciassett'anni della sua vita serena, ella non aveva fatto altro, si pu dire, che guardare. I suoi occhi erano cos grandi e voraci, che consumavano in s tutto quanto venivano, d'intorno, cogliendo; e nel corpo di quella creatura giovine, la vita scorreva autonoma, alimentata soltanto da piccoli suoni semplici, interni. Ma sul diciassettesimo anno, un qualche evento troppo impetuoso turb l'armonia di quelle due sincrone vite distinte, che si sfioravano appena. Gli occhi si rovesciarono di colpo, penetrando come una sonda nell'intimo; e il peso di tutto il mondo esterno cadde, traverso essi, nelle tenebre del cuore: e ogni giorno precipitava gi per quegli sguardi scoscesi e profondi con tanta violenza, che nel petto angusto il cuore vol in frantumi come una coppa di cristallo. La fanciulla si fece allora bianca bianca; incominci a deperire, ad appartarsi pensierosa. E, infine, ella stessa cerc quel silenzio, in cui pi nulla disturba la meditazione".
"E come  morta?", domand l'amico mio, sommesso, con la voce fatta un po' rauca.
"Annegata. In uno stagno profondo e tranquillo. Gorgogliarono a fior d'acqua alcuni cerchi, allargandosi sotto le bianche ninfe: le quali, si scossero in dondolo sugli steli sommersi".
"Anche questa  una storia?", soggiunse Ewald a impedire che il silenzio seguto al racconto crescesse in potenza.
"No", risposi. " un sentimento".
"E si potrebbe comunicarlo, in qualche modo, ai bambini?".
Riflettei.
"Forse...."
"Ma come?".
"Per mezzo di un'altra storia".
E incominciai:
"Nella Russia meridionale, si combatteva in quel tempo per la libert....".
"Scusate", interruppe Ewald. "Che intendete dire? Forse, il popolo voleva liberarsi dagli zar? Ma ci non risponderebbe a quanto penso della Russia; contrasterebbe con la storia che mi avete narrato. Preferirei, allora, non sapere altro. Perch amo l'immagine che sono venuto facendomi delle cose di lass; e vorrei serbarla intatta".
Sorrisi; e mi affrettai a tranquillarlo.
"I pani polacchi (avrei dovuto premettere) spadroneggiavano in quel tempo su tutta la Russia meridionale e nelle silenziose steppe solitarie che si chiamano Ukraina. Erano duri padroni. La loro tirannia e l'avidit degli Ebrei (i quali detenevano anche le chiavi delle chiese e non le cedevano che a prezzo d'oro ai Cristiani) avevano finito per stancare e impensierire quel giovine popolo, raccolto intorno a Kiev e lungo l'alto corso del Dnjeper.
La stessa Citt santa di Kiev (il luogo in cui la Russia si era raccontata al mondo, per la prima volta, con la voce delle sue quattrocento cupole) andava sempre pi profondandosi in s. Si divorava in incendi, come in subitanei pensieri di follia, dietro i quali pareva che la notte traboccasse sempre pi illimite.
Il popolo, nella steppa immensa, non riusciva a rendersi conto di nulla. Clti da una strana inquietudine, i vecchi abbandonavano, a notte, le capanne. Uscivano a contemplare il cielo in silenzio: un cielo altissimo e senza vento. Di giorno, si vedevano apparire in cima ai curgani misteriose figure, che si profilavano, aspettanti, di contro alla sconfinata distesa. (I curgani sono tombe di razze scomparse; e attraversano tutta la steppa come una immensa risacca petrificata e dormiente).
Ebbene: in questo paese, ove ogni tomba  una montagna, ogni uomo  un abisso. Uomini profondi, cupi, silenziosi, le cui parole sono deboli ponti oscillanti da una riva all'altra della loro essenza verace.
Tratto tratto, uccelli sinistri si levano dai curgani. Selvagge canzoni precipitano, tratto tratto, in quegli uomini pieni di penombra; e scompaiono in loro, nel pi profondo, mentre gli uccelli si perdono via per i cieli.
In qualsiasi direzione si volga lo sguardo, tutto appare senza limiti. Nemmeno le case offrono comunque uno scampo da quella tremenda immensit. Le loro piccole finestre ne sono come tutte ricolme. Solo negli angoli bui delle stanze, si drizzan le icone come pietre miliari di Dio; e il riflesso di un lumicino va errando sulle cornici, quasi smarrito in una notte di stelle.
Queste icone sono l'unico appiglio, l'unico segno rassicurante, lungo il cammino. E nessuna casa pu stare senza di esse.  necessario, pertanto, farne sempre di nuove. Quando una cada a pezzi consunta dai tarli o dal tempo; quando qualcuno si sposa o costruisce una capanna; o muore (come il vecchio Abramo, ad esempio) col desiderio di portar con s tra le mani giunte il miracoloso San Nicola, forse per poter comparare con questa immagine i Santi del Paradiso e riconoscere, fra tutti, il proprio venerato Patrono.
Ecco perch Pietro Akimovitch (pur essendo calzolaio, di mestiere) s'ingegnava anche a dipingere icone.
Quand'era stracco d'aver atteso a un lavoro, passava all'altro, dopo essersi fatto tre volte il segno della croce: e una identica religiosit presiedeva in lui cos alla fatica della lesina come all'opera del pennello.
Ormai vecchio, appariva ancra vegeto e sano. Perch il dorso ch'egli aveva a lungo inarcato sul deschetto, si era via via rimesso diritto innanzi alle immagini, conservandogli cos un buon portamento nell'equilibrio delle spalle sul filo della schiena e sul cccige.
La maggior parte della vita, Pietro Akimovitch l'aveva trascorsa in un perfetto isolamento, senza immischiarsi nel trambusto conseguente al fatto che sua moglie Akulina seguitava a mettere al mondo figliuoli, e questi a morire o a sposarsi. Solo intorno al settantesimo anno, entr in rapporti con quei familiari che non avevano abbandonato la casa, incominciando soltanto adesso ad accorgersi della loro presenza. Erano questi: la moglie Akulina, una donnetta umile e silenziosa, consuntasi tutta nei figli; una figliuola brutta e ormai stagionata; e Alioscia, l'ultimogenito, che, nato relativamente tardi, contava appena diciassette anni.
A costui, il vecchio avrebbe voluto insegnare la pittura, perch capiva che, presto, non sarebbe pi bastato, da solo, a tutte le commissioni. Ma dovette rinunziarvi quasi sbito. Alioscia aveva dipinto un'immagine della Vergine. Era rimasto per cos lontano dal sacro paradigma verace, che quell'immagine rassomigliava tutta a Marianna, la figlia del cosacco Colokopytenko: e, dunque, a un modello peccaminoso. Dopo essersi fatto pi volte il segno della croce, il vecchio si affrett pertanto a sostituire sulla stessa tavola profanata un San Dimitri, che era, per ignote ragioni, il suo Santo prediletto.
Da quel giorno, Alioscia non tent nemmeno pi di prendere in mano i pennelli. Allor che il padre non gli ordinava di colorire d'oro il nimbo raggiante intorno al capo di un Santo, egli se ne stava per lo pi fuori, per la steppa, chi sa dove. Nessuno, d'altronde, lo tratteneva a casa. La madre era solita considerarlo con un certo imbarazzo; e si faceva riguardo a rivolgergli la parola, come se fosse stato un forestiero o un dignitario. La sorella lo aveva coperto di btte, fin ch'era bimbo: e adesso, nel vederlo ormai adulto, lo disprezzava perch non gliele rendeva. In tutto il villaggio, nessuno mostrava d'accorgersi del ragazzo. Marianna, la figlia del cosacco, gli aveva riso in faccia, quand'egli le si era dichiarato pronto a sposarla; e Alioscia non si attent poi di ripetere alle altre ragazze del villaggio la stessa profferta.
Nella siecia dei Saproghi, chi mai avrebbe osato condurlo, da poi che a tutti sembrava troppo esile, e forse ancor troppo fanciullo? Era corso, un giorno, fino al monastero, l poco discosto. Ma senza riuscire a farsi accogliere dai monaci. E non gli rimaneva, per ci, che la steppa: la immensa steppa ondeggiante. Un cacciatore gli aveva donato un vecchio fucile: carico Dio solo sa di che cosa. E Alioscia se lo trascinava sempre dietro. Ma senza spararlo. Anzitutto, per risparmiar la carica. E poi, non avrebbe comunque saputo perch sparare.
Una sera tiepida e calma, al principio dell'estate, tutta la famiglia sedeva raccolta intorno alla rozza tavola, davanti a una scodella d'orzo. Pietro mangiava: e gli altri lo guardavano, in attesa de' suoi avanzi.
Repente, il vecchio si ferm, lasciando sospeso in aria il cucchiaio. E avanz la larga faccia consunta verso la striscia di luce che veniva dalla porta e tagliava la tavola per precipitare nella penombra, laggi.
Tesero tutti l'orecchio. Fuori, contro le pareti della capanna, si avvertiva un frusco: come se un uccello notturno sfiorasse con l'ali, pian piano, le travi. Ma il sole era appena calato: e gli uccelli notturni non si avventuravano, d'altronde, che raramente fin dentro il villaggio.
Pure, ecco: tornava a ripetersi, l fuori, il frusco. Ma questa volta era piuttosto come il rumore di una grossa bestia che facesse a tentoni il giro della capanna; e se ne avvertivano i passi, contemporaneamente, innanzi a tutte e quattro le pareti.
Alioscia si lev, pian piano, dalla panca. Nell'attimo stesso, qualcosa di alto e di nero oscur il vano della porta; respinse fuori la sera; condusse dentro la capanna la notte; avanz un poco incerta in tutta la sua mole gigante.
" Ostap", esclam con la voce stridula la brutta zitella stagionata.
E tutti, sbito, lo riconobbero.
Erano uno di quei cobsari ciechi, un vecchio, che se ne andava di villaggio in villaggio con la sua bandura di dodici corde; e cantava la gloria dei cosacchi, il loro coraggio e la loro fedelt, i loro etmani Kirdjaga, Kukubenko, Bulba ed altri eroici guerrieri. E tutti lo ascoltavano con gioia.
Ostap tre volte s'inchin verso l'angolo in cui immaginava fossero le sacre icone (e s'inchinava cos, senza saperlo, alla Znamenskaja); sed poi presso la stufa, e domand a voce bassa:
"Dove sono?".
"Nella mia capanna, piccolo padre. In casa di Pietro Akimoivitch, il calzolaio", rispose il vecchio, cordiale. Era amico del canto; e si rallegrava, perci, di questa visita inattesa.
"Ah, Pietro Akimovitch.... il pittore di icone....", soggiunse il cieco, a ricambiare, cordiale.
Poi, si fece silenzio.
Dalle sei corde lunghe della bandura nacque ora un suono. Crebbe, per riecheggiar sbito, corto e spossato, dalle sei corde brevi. E questo effetto si ripet in ritmi sempre pi veloci e veementi; cos che tutti, infine, chiusero gli occhi, per paura di veder ricadere ed infrangersi al suolo, qua o l, lo zampillo della melodia, scoccatosi in alto con un vertiginoso slancio selvaggio.
Quindi, il suono si spense. Cedette alla bella voce profonda del cobsar, che riempi sbito tutta la casa di s e fece accorrere gente anche dalle vicine capanne, adunandola sotto le finestre, innanzi alla porta.
Ma, questa volta, il canto del cobsar non celebrava gli eroi. La gloria di Bulba, di Ostranitza e di Nalivaiko pareva ormai stabilita per sempre: certa, per sempre, la fedelt dei cosacchi. Non dalle loro gesta, scaturiva oggi dunque il canto. Anche la danza sembrava come sopita in letargo nel pi profondo dei cuori: perch nessuno osava muovere le gambe o levare le mani. Come quella di Ostap, tutte le teste erano recline sui petti. E le appesantiva, via via, la triste canzone:
- Non v' pi la Giustizia nel mondo. E chi mai la sapr rintracciare? Non v' pi la Giustizia nel mondo. Ch la turpe Ingiustizia ha piegato la Giustizia alle inique sue leggi.
- Stretta in ceppi  oggid la Giustizia. L'Ingiustizia si ride di lei. La vedemmo sui seggi dorati imperar con gli ignobili pani. Imperar con gli ignobili pani la vedemmo sui troni dorati.
- Sta bocconi laggi, sulle soglie, la Giustizia ed implora piet. La perversa Ingiustizia, ospitali, hanno accolto gli ignobili pani. E la invitan, ridendo, ad entrare nei palazzi dai troni dorati. D'idromele riempion la coppa, alla Iniqua, gli ignobili pani.
- O Giustizia, Giustizia, mammina, nostra piccola madre dall'ali che somigliano all'ala aquilina! - Forse un Giusto verr. Dio l'aiuti! Egli solo lo pu. Che quel Giusto renda ai giusti la vita felice!
Le teste si risollevarono, adesso, a fatica. Su tutte le fronti era scritto: silenzio! Se ne avvidero pur anche coloro, che avrebbero dovuto parlare. E, dopo una breve pausa solenne, il suono ricominci, sulla bandura.
Ma giunse adesso meno incomprensibile alla folla, che andava, intanto, crescendo.
Tre volte, Ostap cant la canzone della Giustizia. Ed era, ogni volta, diversa. Da prima, lamento. Ripetuta, parve rampogna. E infine (come il cobsar, eretta la fronte, la grid per la terza volta con altissima voce in una scarica di secchi comandi) una collera selvaggia irruppe dalle parole tremanti; e tutti travolse, rap in un vasto entusiasmo gonfio di aneliti.
"Il luogo dell'adunata?", chiese un giovine contadino, non appena vide alzarsi il cantore.
Il vecchio, che conosceva ogni movimento dei cosacchi, nomin un luogo vicino. Sbito gli uomini si sciolsero, si dispersero rapidi. S'intesero brevi comandi, strepito d'armi, pianti di donne sulle soglie delle case. Poco dopo, una gran torma di uomini armati mosse dal villaggio verso Tchernigof.
Pietro aveva offerto al cobsar un bicchiere di mosto, nella speranza di ricavar dell'altro, da lui. Il vecchio mangi, bevve. Ma non diede che secche risposte alle molte domande del calzolaio. Poi, ringrazi e si mosse.
Alioscia, volle accompagnarlo fin oltre la soglia.
Quando furono all'aperto, nella notte, soli, chiese:
"Scusate:  permesso a tutti di partir per la guerra?".
"A tutti", assicur il vecchio. E disparve, allungando il passo, come se, nella notte, avesse ritrovato la vista.
Allorch tutti, dentro la capanna, furono immersi nel sonno, Alioscia si alz dalla stufa, ove s'era buttato a dormire senza svestirsi. Prese il fucile e usc.
Fuori, si sent stringere a un tratto e baciare, lieve lieve, sui capelli. Riconobbe sbito, al chiaror della luna, Akulina che, a piccoli passi rapidi saltellanti, correva verso la casa.
"Mamma?!", diss'egli con una specie di stupore. E uno strano senso lo invase.
Esit un attimo. Una porta strid, chi sa dove. Un cane ulul in vicinanza. Allora Alioscia si gett in spalla il fucile e si mise in cammino. A grandi passi, perch sperava di raggiungere gli altri prima dell'alba.
Ma a casa, tutti fecero come se non si fossero accorti dell'assenza di Alioscia.
Solo, quando si ritrovarono seduti attorno alla tavola, e Pietro ebbe notato il posto vuoto, si alz novamente. And verso l'angolo. E accese una candela innanzi alla Znamenskaja. Una candela piccola piccola. La brutta zitella attempata fece un'alzataccia di spalle.
Frattanto Ostap, il vecchio cieco, traversava gi il villaggio vicino, intonando con una voce triste, in dolce lamento, la canzone della Giustizia".
Il paralitico attese un istante. Poi mi fiss; e disse stupito:
"Ebbene? Perch non conchiudete?  come nella storia del tradimento.... Quel vecchio, era Dio".
"Guarda!... E io.... io non lo sapevo!", esclamai, rabbrividendo.
...
.
...
Fine.
...
.
...
UNA STORIA DEL GHETTO A VENEZIA.
...
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...
Il signor Baum, proprietario di case, capitano distrettuale, colonnello ad honorem del corpo "Pompieri volontarii", etc. etc.; per dirla in breve il signor Baum, deve aver certo sorpreso uno dei miei colloqui con Ewald. Nulla di strano, d'altronde; perch il signor Baum  per l'appunto il proprietario della casa, in cui abita, a pianterreno, l'amico mio paralitico.
Il signor Baum ed io ci conoscevamo, da gran tempo, solamente di vista. Ma l'altro giorno, incontrandomi, si ferma. Solleva il cappello. Per quel poco che sarebbe bastato a lasciarne volar via un uccellino, se vi fosse rimasto sotto prigioniero. Sorride cortesemente: e provoca senz'altro la nostra conoscenza personale, domandando:
"Voi siete spesso in viaggio. Vero?".
"S", rispondo distratto, "pu darsi".
Egli riprende, in tno confidenziale:
"Io credo che, qui, voi ed io siamo i soli ad essere stati in Italia....".
"Sicuro....", soggiungo; e compio uno sforzo, per prestare un po' pi d'attenzione.
"Appunto per ci", proseguo, " necessario ed urgente che noi due ci si parli".
Il signor Baum rise:
"S;  una gran terra, l'Italia.... Io ne vengo spesso parlando a' miei bambini. Pensi: Venezia!...".
Mi fermai.
"La ricordate ancra Venezia?", gli chiesi.
"Che domanda!", esclam con un gemito, essendo un po' troppo grasso per potersi accalorar senza fatica. "Che domanda! E come sarebbe possibile non ricordarla? Chi l'abbia veduta anche una sola volta.... Oh, quella Piazzetta.... L'avete presente?".
"S", replicai, "ma mi piace ricordare, sopra tutto, il percorso, in gondola, lungo il Canal Grande quello scivolar via lievi e silenziosi come rasente le rive del Passato".
"Il palazzo Franchetti!", esclam.
"La Ca' d'oro", soggiunsi.
"La Peschera....".
"Il palazzo Vendramin....".
"....dove Riccardo Wagner....", s'affrett il signor Baum a proseguire, da buon Tedesco istruito.
Assentii con un cenno del capo.
"E il Ponte, ricordate?...".
Sorrise, perfettamente orientato.
"Sicuro.... E il Museo, e l'Accademia, dove un Tiziano....".
In tal modo, il signor Baum aveva sostenuto su Venezia un esame in piena regola. Un po' faticoso, in verit. Cos, ch'io risolsi di compensarlo raccontandogli una storia. E presi, senz'altro, a narrare:
"Se voi passate in gondola sotto il ponte di Rialto, lungo il Fondaco dei Turchi, costeggiando la Peschera, e ordinate al gondoliere: - A destra! - il gondoliere vi guarda un po' sorpreso e domanda: - Dove? - Ma insistete. Ripetete l'ordine di volgere a destra. Poi, scendete dalla gondola, approdando in uno di quegli innumerevoli canali sporchi, che circolano nella zona. Discutete, litigando sul prezzo, col gondoliere. Pagate. E, traverso uno sfilar di vicoli stretti e di neri sottoportici bisunti, sboccate su di una larga piazza deserta. E tutto ci, soltanto perch quivi appunto si svolge la mia storia".
Il signor Baum mi diede un lieve colpo sul braccio:
"Quale storia, di grazia?".
I suoi occhi minuscoli mi guardavano, sfuggendo qua e l con una certa inquietudine.
Lo rassicurai.
"Non importa quale, caro signore. Una storia che non merita alcun titolo specifico. Non potrei definir nemmeno l'epoca in cui avvenne quanto sto per narrarvi. Sotto il doge Alvise Mocenigo IV, forse; ma potrebbe anche darsi, un po' prima o un po' dopo. I quadri del Carpaccio - se ricordate di averne visto almeno qualcuno - sono dipinti su di un velluto purpureo. Ne balza, d'ogni parte, qualcosa di caldo, come fuor da una selva, attorno a cui facciano ressa, stringendo le luci smorzate, ombre in ascolto. Giorgione dipingeva invece su di un vecchio oro stanco, anzi esausto; Tiziano, su del broccato nero. Ma al tempo di cui parlo, si amavano quadri luminosi dipinti sovra un fondo di seta candidissima. E il nome con cui si giocava e che labbra magnifiche lanciavano verso il sole perch lo accogliessero orecchie maravigliose, ogni qual volta ne ricadesse tremando, questo nome era: Gian Battista Tiepolo.
Ma tutto ci non entra nella mia storia. Nella mia storia, entra solamente Venezia: la vera Venezia, la citt dei palazzi e delle avventure, delle maschere e delle notti pallide sulla laguna: notti che portano, meglio d'ogni altra notte, il risonar di misteriose romanze.
In quel sestiere di Venezia ov' per svolgersi, appunto, la mia storia, non s'odono che poveri rumori quotidiani. I giorni vi scorrono sopra uniformi come se fossero un unico giorno; e le canzoni che ivi risuonano sono come lamenti in crescendo inetti a salire: capaci solo di adagiarsi sui vicoli come un fluttuar di vapori fumosi.
Quando sopraggiunge il crepuscolo, va intorno un popolo miserabile e sospettoso. Stuoli di bimbi si aggirano per le piazze, quasi fossero, le piazze, la loro dimora. Sostano contro le porte gelide e strette delle case; e giuocano con vetri e con detriti di smalto multicolore: quegli stessi vetri e detriti, con cui i Maestri intarsiarono un giorno i mosaici di San Marco.
Raramente, un nobile osa avventurarsi nel Ghetto. Tutt'al pi, sull'ora in cui le fanciulle ebree si recano alla fontana, potresti scorgere a volte una nera figura ammantellata col vlto nascosto sotto la maschera. V' chi non ignora, per esperienza, come l'uomo porti, tra le pieghe dei panni, un pugnale. Qualcuno pretende perfino di aver riconosciuto il vlto del giovine, una notte, al chiaror della luna. E si susurra, da allora, che l'ospite funebre e snello sia Marcantonio Priuli, figlio del Provveditore Nicol Priuli e della bella Caterina Minelli.
Si sa ch'egli indugia sotto il portico davanti alla casa di Isacco Rosso; e che, non appena la solitudine si  fatta intorno sicura, procede traversando la piazza, ed entra nell'abitazione del vecchio Melchisedec: il ricco orafo che ha molti figli e sette figliuole; e, dagli uni e dalle altre, parecchi nipoti.
Ester, la nipote pi giovane, attende il cavaliere appoggiata al vecchio nonno, in una stanza bassa e oscura, ove innumerevoli oggetti ardono e ribrillano, e sete e velluti ricadono mollemente sui vasi, come per placar le loro fiamme d'oro impetuose. Qui, Marcantonio siede sovra un cuscino tessuto d'argento, ai piedi del vecchio Ebreo. E narra di Venezia, quasi raccontasse una fiaba: una fiaba, unica al mondo. Narra spettacoli, e imprese di guerra della flotta veneta; d'ospiti stranieri, e di quadri e di statue; della Sensa, il giorno dell'Ascensione; del carnevale, e della bellezza di sua madre Caterina Minelli. E tutte queste cose varie hanno per lui un unico senso: forme diverse, per esprimere la potenza, l'amore, la vita. Risuonano esse come nuove e ignote al vegliardo e alla giovine. Perch agli Ebrei  severamente interdetto ogni commercio col mondo; e perfino il vecchio Melchisedec non mette mai piede ne' dominii del Maggior Consiglio, nonostante la sua professione d'orafo e l'unanime stima che lo circonda. Durante la lunghissima vita, egli era pur riuscito a ottenere, per l'uno o per l'altro de' suoi correligionarii (che lo consideravano perci come un padre), qualche favore. Ma, presto o tardi, aveva poi dovuto assistere, immancabilmente, alla reazione. Ogni volta che un malanno qualsiasi si abbatteva sulla Repubblica veneta, la rappresaglia soleva ricadere, poi, sugli Ebrei. I Veneziani erano essi stessi di spirito troppo industre e ingegnoso perch potessero valersi degli Ebrei per il commercio. Li vessavano di tributi, li spogliavano dei loro beni; e sempre pi restringevano il quartiere del Ghetto, s che le famiglie (le quali anche in mezzo a tanta miseria si moltiplicavano prolificando) erano costrette ad erigere, ormai, le proprie dimore in altezza: le une sui tetti delle altre. La cittadina ebraica, non lambita dal mare, veniva cos lentamente crescendo dentro il cielo, come dentro un altro mare: e intorno alla piazza della fontana i muri degli edifici scoscesi scattavano in alto simili alle pareti d'una qualche torre di giganti.
Il ricco Melchisedec, con la stranezza propria dell'et decrepita, aveva fatto a' suoi correligionarii, a' suoi figliuoli e nepoti, una curiosa proposta: egli abiterebbe sempre la pi alta di quelle piccole case, che venivano sovrapponendosi in innumerevoli piani. E questo strano desiderio del vegliardo fu sodisfatto. Di buon grado, d'altronde. Perch si fidava ormai poco sulla resistenza delle fondamenta; e si costruivano, per ci, con pietre leggiere i piani superiori: con pietre cos leggiere, che il vento pareva quasi non avvedersi delle pareti.
Il vecchio sgombrava dunque, per trasferirsi pi in alto, due e financo tre volte l'anno. Ed Ester, che non voleva distaccarsi dal nonno, si trasferiva con lui. In tal modo, di sgombero in sgombero, la dimora di Ester e di Melchisedec sal a tale altezza, che, non appena essi uscivano dall'angusto abituro sul tetto, un nuovo paesaggio cominciava al livello delle loro fronti: un nuovo paesaggio, di cui il vegliardo parlava quasi salmodiando, con oscure parole. A giungere adesso lass, era necessario percorrere un lungo cammino. Traverso un tumulto di vite misteriose; per gradini ripidi e sdrucciolevoli; passando innanzi a molte femmine vocianti ed urlanti. Lungo il percorso, occorreva spesso difendersi anche dagli assalti di bimbi affamati. E tutti questi ostacoli limitavano ormai ogni commercio de' due solitarii col mondo.
Perfino Marcantonio Priuli non s'era fatto pi vivo. Ma Ester ne avvertiva appena l'assenza. Durante le innumerevoli ore trascorse da sola a solo con lui, lo aveva guardato cos a lungo con tutta la vastit de' suoi occhi, che le pareva quasi egli fosse precipitato in quei gorghi oscuri, a morirvi. E adesso, dentro di lei, incominciava alfine per il morto quella vita nuova ed eterna, in cui egli, da buon Cristiano, aveva, in terra, creduto.
Con questo nuovo senso racchiuso entro il giovine corpo, Ester trascorreva le intiere giornate sul tetto. E scrutava lontano, in piedi, cercando il mare. Ma per quanto in alto si slanciasse la casa, non si scorgevano a prima vista che il fastigio di Palazzo Foscari, qualche torre, la cupola di una chiesa, un'altra cupola pi lontana come rabbrividente nella luce; e poi, una cancellata d'alberi velieri, di travi, di stanghe, ai limiti del cielo umido e tremulo.
Sul morir di quella estate, il vecchio volle un'altra volta sgombrare. Ostinatamente, contro ogni tentativo di dissuaderlo. Nonostante che il salir le scale gli fosse ormai divenuto penoso. Ma un nuovo abbaino, pi alto di tutti, era stato costruito frattanto. E volle sgombrare.
Quando, dopo cos lungo tempo, egli travers novamente la piazza, appoggiandosi ad Ester, molti gli si accalcarono attorno. Si reclinarono a baciar le mani che precedevano i passi, tastoni; e implorarono consiglio su questo o su quello. Perch il vecchio era insomma per tutti come un morto che risalga dalla tomba, non appena sia trascorso il tempo prefisso. E avanzava veramente cos, tra la folla.
Raccontarono gli uomini come in Venezia fosse scoppiata una rivoluzione. Aggiunsero che la nobilt era in pericolo; che tra breve i confini del Ghetto sarebbero crollati; e che tutti godrebbero, se Dio vuole, la stessa libert.
Il vecchio taceva, assentendo solo con cenni del capo. Come se tutto ci gli fosse noto, da tempo immemorabile: tutto ci, ed altro ancra.
Entr nella casa d'Isacco Rosso, in cima alla quale avevano eretto la nuova abitazione. E sal. Sal per una mezza giornata.
L in alto, Ester diede alla luce un bimbo: esile e biondo.
Come si fu rimessa, lo rec sulle braccia fuor dell'abituro, sul tetto. Distese per la prima volta dentro gli occhi aperti del piccolo l'immenso cielo dorato.
La mattinata d'autunno era di una chiarit indescrivibile. Le cose stavano oscure, smorzate, quasi senza riflessi. Solo alcuni bagliori volanti si posavano sovr'esse come su grandi fiori. Sostavano un attimo immobili; poi, riprendevano il loro volo al di l de' proprii aurei contorni, perdendosi via per il cielo. E lontano lontano, dov'essi scomparivano, da quella altitudine insolita, si scorgeva qualcosa, che nessuno, dal Ghetto, aveva potuto scorgere mai. Una luce tacita e argentea: il mare.
Quando gli occhi di Ester si furono un poco assuefatti a tanto splendore, videro sull'orlo del tetto - proprio al limite estremo - Melchisedec.
Sorgeva egli dritto, con le braccia spalancate: e sforzava i suoi occhi stanchi a guardare il giorno, che pian piano veniva dispiegandosi.
Le mani in alto, la fronte illuminata da un pensiero radioso, pareva ch'egli officiasse. Di tanto in tanto, si lasciava cadere innanzi bocconi, premendo la vecchia fronte contro il petrame scabro e detrito del tetto.
Il popolo, accorso in ressa sulla piazza, sostava con gli occhi levati in alto e guardava. Qualche gesto, qualche parola salivano dalla moltitudine: ma senza giungere fino al solitario vegliardo rapito nella preghiera.
E il popolo vide il suo Primogenito e il suo Ultimo-nato, come fra nubi.
Il vecchio seguitava a levarsi su fiero, e a ripiombare poi a terra, in umilt.
Seguit a lungo.
Sotto, la folla veniva crescendo: e non lo abbandonava con gli occhi un istante.
Aveva egli veduto il mare, o Dio, l'Eterno, in tutta la sua gloria?"
Tacqui.
Il signor Baum si sforz di rispondere sbito al quesito. Ma, sbito, non gli riusc.
"Probabilmente, il mare", disse, poi, asciutto. "Non era, d'altronde, che una impressione....".
E, cos dicendo, si mostr particolarmente illuminato e giudizioso.
Presi in fretta congedo. Ma non potei trattenermi dal gridargli dietro:
"Non dimenticate di raccontar questa storia ai vostri piccoli!".
Riflett:
"Ai piccoli? Dio mio!... Voi capite.... C' quel cavaliere, quell'Antonio, o come altro si chiama.... Un tipo non troppo per la quale.... E poi.... quel bimbo, quel bimbo.... Voi mi capite, vero?... Sapete.... per i bambini....".
"Oh", lo rassicurai, "voi dimenticate, caro signore, che i bimbi vengono da Dio. E come potrebbero dunque i piccoli dubitare che Ester ne abbia avuto uno, appunto da Dio, se abitava cos vicina al cielo?".
Questa storia l'hanno risaputa dunque, come tutte le altre, i bambini. E quando si domanda loro che cosa ne pensino - che cosa abbia potuto mai scorgere, nell'estasi, il vecchio Melchisedec - i bimbi rispondono sbito, senza esitare, senza riflettere:
"Oh, anche il mare!".
...
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...
Fine.
...
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...
DI UN UOMO CHE ASCOLTAVA LE PIETRE.
...
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...
Sono tornato dall'amico mio paralitico.
Sorride, nel modo che gli  familiare.
"E dell'Italia, perch non mi avete raccontato mai nulla?".
"Vorreste dunque ch'io riguadagnassi, al pi presto, il tempo perduto?".
Ewald annuisce. E chiude gi gli occhi per ascoltare.
Allora, incomincio:
"Tutto ci che gli uomini avvertono quaggi come Primavera, Dio lo vede, dall'alto, trascorrere sul mondo come un piccolo sorriso fuggevole. La terra sembra allora ricordarsi di qualcosa, che narrer poi a tutti durante l'estate: sino a quando non rinsavisce nel grande silenzio autunnale, in cui si confida ai solitarii soltanto. Tutte le Primavere che voi ed io abbiamo vissute, non bastano, fuse, a colmare un attimo della vita divina. Perch Dio si avveda della Primavera, occorre che essa non resti negli alberi e nei prati. Occorre che si potenzi, in qualche modo, entro i cuori degli uomini. Solo allora non fluisce, per cos dire, nel Tempo; ma nell'Eternit, e in presenza di Dio.
 per l'appunto quello che avvenne in un'epoca felice, secoli or sono; e gli sguardi di Dio sospesero allora il battito delle ali tenebrose, sull'Italia.
La penisola, sotto, era tutta chiara. Il tempo splendeva come oro. Ma, gettata traverso il continente come una cupa strada, si distendeva l'ombra di un uomo immenso: nera e pesante; e pi innanzi, molto pi innanzi, anche l'ombra delle sue mani, al lavoro: inquiete, scosse da sussulti, ora su Pisa, ora su Napoli, ora infine scorrenti a disperdersi sul palpito incerto del mare.
Dio non riusciva a distrarre gli sguardi da quelle mani, che gli apparivano, a prima vista, congiunte in atto di preghiera. Ma la preghiera, irrompendone, le disgiungeva via via una dall'altra, lontane.
Vi fu un silenzio nei cieli. Tutti i Santi seguirono, con gli occhi, lo sguardo di Dio. E contemplarono, come Lui, l'ombra che copriva, per met, la penisola. Tacquero gli inni sulle labbra degli angeli: e le stelle tremarono, quasi temessero d'essere cadute in qualche colpa. E attesero, umili, la rampogna di Dio, che non venne.
I cieli si erano allora spalancati sull'Italia, in tutta la loro vastit. Raffaello s'inginocchiava a Roma. E il beato Frate Angelico da Fiesole, sorgendo entro una nuvola, indugiava estatico a contemplarlo. Molte preghiere salivano, in quell'ora, dalla terra incontro al cielo. Ma Dio riconobbe una cosa sola: la forza di Michelangelo, che montava verso di Lui come un profumo di vigneti. E sopport che quel profumo invadesse tutti i suoi pensieri. Si reclin sempre pi sulla terra. Trov l'uomo, come sempre, al lavoro. Guard, al di sopra delle sue spalle, le mani che ascoltavano le pietre. Rabbrivid di spavento. Avrebbero forse, anche le pietre, un'anima? Perch le ascoltava, dunque, quell'uomo?
Ed ecco che le mani, ridste, incominciarono a scavar la pietra e a rimuoverla, come una fossa. E ne veniva, vacillando, una voce debole e morente:
"Michelangelo!", grid allora, angosciato, il buon Dio. "Chi sta racchiuso l, in quella pietra?".
Michelangelo tese l'orecchio. Le sue mani tremavano. Poi, con voce sorda, rispose:
"Tu, mio Dio. E chi altro? Ma io non riesco a giungere fino a Te....".
Anche Dio avvert, allora, d'essere chiuso l, in quella pietra. Si sent anzi, con spavento, per entro la tenebrosa angustia, costretto. Tutto il cielo era una pietra: ed Egli stava l, prigioniero dentro quel cuore massiccio. Sper che le mani di Michelangelo lo liberassero. E le sentiva, infatti, venire, avvicinarsi. Ma ancra lontane lontane.
Il Maestro era frattanto di nuovo reclino sull'opera propria. E pensava, pensava: "Tu non sei che un minuscolo blocco. Altri, non riuscirebbe a trovare in te nemmeno un uomo. Io sento qui, invece, una spalla: la spalla di Giuseppe di Arimatea; e qui,  Maria che si prostra. Avverto le sue trepide mani sostenere il corpo di nostro Signore Ges, spirato poco fa sulla croce. Se dentro questo minuscolo blocco di marmo v' spazio per tutte e tre le figure, come non solleverei, io, da una roccia un'intiera progenie dormiente?". E a larghi colpi liber dalla pietra le tre sagome della Piet. Ma non disciolse i volti del tutto dagli invogli di silice ond'erano un poco velati, quasi temendo che la loro profonda tristezza potesse posarglisi, grave, sulle mani, a paralizzarle.
Quindi, fugg verso un'altra pietra. Ma rinunciava ogni volta a dar qui a una fronte tutta la sua chiarit; altrove, a una spalla la sua curva pi pura. E, nel plasmare una forma di donna, non le deponeva intorno alle labbra l'ultimo baleno del sorriso, per tma di compiutamente svelarne tutta la bellezza.
In quel tempo egli abbozz il mausoleo funebre di Giulio della Rovere. Una montagna, aveva in animo di erigere sulle spoglie del Pontefice di ferro e, a popolare la montagna, una intiera razza di titani.
Agitato da mille oscuri progetti, si avvi verso le cave. Su di un misero villaggio, scattava ripido il pendo. Incorniciata dagli ulivi e dall'arido petrame riarso, la fresca scoscenditura della lastra marmorea brillava come un gran vlto pallido sotto una chioma che invecchi.
A lungo Michelangelo sost innanzi alla fronte di quel vlto, velata. Repente, vi scrse, sotto, due immensi occhi di pietra che lo fissavano. E avvert la propria statura crescere sotto lo stimolo di quello sguardo.
Ora si ergeva anch'egli, torreggiando, sul continente. E gli pareva che dall'eternit durasse quel suo levarsi di contro alla montagna, fraternamente. La valle arretrava sotto di lui come arretra sotto chi salga. Le capanne venivano serrandosi una all'altra come greggi. E il vlto di marmo appariva sempre pi vicino e pi fraterno, per entro i candidi veli silicei. Esprimeva un'ansia di attesa: immobile, e tuttavia in bilico sull'orlo del movimento.
Michelangelo riflett:
"Non si pu spezzarti, perch sei un blocco solo: indivisibile".
Poi, disse ad alta voce:
"Ma ti compir. Sei l'opera mia".
E si rimosse. Verso Firenze.
Vide una stella e la torre del Duomo. A' suoi piedi, era notte.
D'improvviso, giunto a Porta Romana, sost, esitante. Le due file di case si protendevano incontro a lui come braccia: e gi lo ghermivano, per trarlo dentro, in citt. Le strade venivano facendosi sempre pi anguste, pi buie.
Varcata la soglia della sua dimora, si sent preda di mani ignote e tenebrose, alle quali non poteva sfuggire. Ripar nella sala. Poi, dentro la cella, lunga appena due passi, in cui era solito isolarsi per scrivere.
Le pareti si avvicinarono a lui, gli si strinsero addosso: e fu come se lottassero con la sua mole smisurata per costringerla a rientrare nella breve e angusta forma di prima. Egli si abbandonava, inerte.
S'inginocchi. Lasci che le pareti lo plasmassero. Avvertiva in s come una insolita umilt: come il desiderio di farsi, in qualche modo, piccino piccino.
E una voce venne:
"Michelangelo! Chi sta dentro di te?".
E l'uomo, entro la breve cella, curv tra le mani la fronte, che gli pesava. Mormor sommesso:
"Tu, mio Dio. E chi altro mai?".
Allora, d'un tratto, attorno a Dio, lo spazio si dilat. Liberamente sollev Egli il vlto fiso e reclino sull'Italia. Rivolse intorno gli sguardi.
In cappe e in mitrie, i Santi sorgevano intorno. E gli angeli si aggiravano coi loro canti come con anfore ricolme d'acqua luminosa tra gli astri assetati. E il cielo era infinito".
Il paralitico lev gli sguardi. E lasci che le nubi della sera li portassero via per il cielo.
"Dio , dunque, lass?", chiese.
Io tacqui un attimo. Poi, mi chinai su di lui.
"Ewald", gli dissi, "siamo noi, forse, quaggi?".
E ci tenemmo le mani nelle mani, fraternamente, commossi.
...
.
...
Fine.
...
.
...
COME ACCADDE A UN DITALE DI DIVENTARE IL BUON DIO.
...
.
...
Quando mi staccai dalla finestra del paralitico, le nuvole vespertine si aggiravano ancra lass, per il cielo.
Parevano attendere. Forse, che narrassi anche a loro una storia? Arrischiai la proposta. Ma neppure m'intesero. Per farmi capire, e per ridurre almeno un po' la distanza che ci separava, gridai verso l'alto:
"Sono anch'io, non vedete?, una nuvola della sera!".
Si fermarono. Senza dubbio, a guardarmi. Poi, tesero verso di me le ali sottili, diafane, rosate.  questo il modo, con cui si salutano, abitualmente, fra loro. Mi avevano, dunque, riconosciuto.
"Noi siamo, qui, al di sopra della terra", spiegarono. "Per essere pi esatte, sopra il continente europeo. E tu?".
Dissi, dopo una breve esitazione:
"Questo paese....".
"Diccene l'aspetto!", chiesero per orientarsi.
"Sembra", spiegai, "un crepuscolo fra le cose".
"Come l'Europa: n pi, n meno", soggiunse, ridendo, una nuvoletta.
"Pu darsi", osservai. "Pu darsi. Ma avevo sentito dire che, in Europa, le cose fossero morte".
"Che trovata!", interloqu un'altra nuvoletta impertinente. "Ve le immaginate, voi, delle cose vive? Quale assurdo!".
"Sar", insistei, "ma le mie sono ben vive. E qui, proprio qui, sta la differenza. Una cosa ch' venuta al mondo, per esempio, come matita o come stufa, non deve disperare di evolversi e di progredire. Una matita, pu diventar, se tutto va bene, un giorno o l'altro, un bastone: financo, un albero di veliero. E una stufa, a dir nulla, la porta di una citt".
"Senti, senti!... Mi sembri un bell'originale!", salt su a dire la nuvoletta impertinente, che gi s'era espressa poc'anzi verso di me con cos scarso riguardo.
Un vecchio nuvolo tem che mi avesse offeso.
"Vi son paesi e paesi....", soggiunse, per rabbonirmi. "M'ero spinto, una volta, fin sopra un piccolo principato tedesco. E ancor oggi non so persuadermi che appartenesse all'Europa....".
Lo ringraziai. Ma interruppi:
"Vedo che riusciremo difficilmente a metterci d'accordo. Se voi permettete, vorrei raccontare quanto negli ultimi tempi ho visto succedere sotto di me. Sar, credetemi, il miglior partito".
"Ma vi prego.... Raccontate, raccontate pure!", autorizz il vecchio nuvolo cortese, a nome di tutti.
E incominciai:
"Una camera. Vi stanno dentro parecchie persone. Io sono piuttosto alto: ed ecco perch quelle persone mi sembrano bambini. Dir allora, senz'altro: bambini. Alcuni bambini stanno, dunque, in una camera. Due, cinque, sei, sette bambini. Sarebbe troppo lungo domandare loro i nomi. D'altronde (o m'inganno) essi discutono animatamente; e nel fervore della discussione, verranno fuori, si capisce, anche i nomi. Debbono essere l riuniti da parecchio tempo, perch il pi grandicello (sento che lo chiamano Hans) osserva adesso, come a conchiudere un lungo discorso:
"No, no, credetemi: sicuramente, non pu durare cos. Ho sempre sentito dire che una volta, dopo cena (per lo meno nei giorni in cui i bambini erano stati buoni) i genitori solevano raccontare loro delle storie, fin quando non prendessero sonno. Accade pi, oggigiorno, qualcosa di simile?".
Una piccola pausa. Poi, Hans si diede da s, la risposta:
"Mi sembra di no. In nessun luogo. Io per mio conto, anche perch sono gi piuttosto grande, rinunzio con tutto il cuore a quelle due o tre miserabili storie di draghi, per cui dovrebbero spremersi penosamente il cervello. Ma che importa? Ai genitori, incombe lo stesso l'obbligo di raccontarci le storie delle ondine e dei nani, dei prncipi e dei mostri....".
"Io ho una zia", salt su una bimbetta, "che a volte mi narra....".
"Silenzio!", tagli corto Hans. "Le zie non c'entrano. Non sanno che mentire, le zie....".
Tutta la compagnia parve come interdetta di fronte a questa affermazione audace, ma inconfutabile.
Hans prosegu:
"Qui si tratta, d'altronde, in particolar modo, dei genitori. Perch sono proprio i genitori, che hanno, in un certo senso, l'obbligo d'istruirci su queste cose. Se anche altri  disposto a condividerlo, bont sua. Ma pretenderlo, n si pu, n si deve. E i nostri genitori, come si comportano, invece? Guardateli! Vanno intorno coi visi arcigni e imbronciati. Nulla va loro bene. Urlano. Strepitano. Strapazzano. E, non ostante ci, eccoli l, apatici, indifferenti a tutto. Cascasse il mondo, non se n'avvedrebbero. Hanno sempre per il capo qualcosa che chiamano ideali. Pu darsi che anche questi ideali siano piccoli bimbi: piccoli bimbi, che non si possono lasciar soli, e che procurano, per ci, un gran da fare. Comunque, se  cos, non avrebbero dovuto avere anche noi, i genitori. Ed ecco, allora, ragazzi, quello ch'io penso.  molto triste che i genitori ci trascurino. Non lo nego. Ma noi potremmo tuttavia passarci anche sopra, se non fosse purtroppo una prova lampante che i grandi, in generale, rincitrulliscono: che insomma, come suol dirsi, decadono. E a noi non  dato fermarli sulla china del regresso, perch durante il giorno non possiamo esercitare influsso veruno su di loro; e quando si torna a casa tardi da scuola, non si pu pretendere da noi che ci si metta l a sedere e a procurare d'interessarli a qualcosa di serio.  una pena, una vera pena restarsene seduti per ore e ore sotto una lampada, e accorgersi che la mamma non capisce neppure il principio di Pitagora. Cos, i grandi rimbambiscono, ahim, a vista d'occhio.... Non importa. Che cosa ci rimettiamo noi? L'educazione? Gli adulti, incontrandosi, sogliono levarsi il cappello. Ma quando, nel gesto, spunta poi fuori, comunque, una bella zucca pelata, eccoli l crepar dalle risa. D'altronde, ridono da mane a sera, i grandi. E se non avessimo noi bimbi il giudizio e l'accortezza di piangere ogni tanto, non vi sarebbe, neppure in questo, un minimo equilibrio....
Con tutto ci, che presunzione, che boria! Sostengono perfino, i grandi, che l'Imperatore sia un adulto: e, dunque, uno di loro. Ma io ho letto invece sui giornali che il re di Spagna  un bambino. E bambini sono tutti i re: tutti gli imperatori. Non lasciatevi confondere!
Pure, in mezzo a tante cose superflue, i grandi, una ne hanno tuttavia, che non pu lasciarci indifferenti. Hanno il buon Dio. A dire il vero, non mi accadde mai d'incontrarlo, fin qui, presso l'uno o presso l'altro di loro. Ma appunto questo,  sospetto. Mi viene in mente che, smemorati come sono, nel trambusto e nella fretta delle molteplici occupazioni, possano averlo, chi sa dove, smarrito. Ora, il buon Dio  assolutamente indispensabile. Molte cose, non possono farsi senza di Lui. Il sole non pu nascere; non possono venire al mondo i bambini. Anche il pane, verrebbe a mancarci senza di Lui. Se lo vediamo uscire dai fornai,  per il buon Dio che sta l seduto, e fa girare i mulini. Insomma, di motivi pei quali il buon Dio  assolutamente indispensabile, potrei addurne a migliaia. Ma sta il fatto, che i grandi non si dnno il bench minimo pensiero di Lui. E allora, il cmpito di rimediare spetta ai piccini. Vi espongo, dunque, il mio piano.
Eccoci qui in sette. Ognuno, dovr portare addosso il buon Dio per un giorno. Egli star cos l'intiera settimana con noi. E tutti potranno sapere, in ciascun momento, ove sia".
Vi fu un attimo di grave imbarazzo. Come disporre una cosa simile? Sarebbe mai possibile prendere in mano il buon Dio, o mettercelo in tasca?
Uno dei piccini raccont:
"Ero solo, nella mia cameretta. Una piccola lampada bruciava accanto a me. Seduto sul lettino, venivo recitando, forte, le orazioni. Tra le mie mani giunte, d'un tratto, qualcosa si mosse. Qualcosa di tenero e di caldo. Non potevo disgiungere le mani, perch l'orazione non era finita. Ma una grande curiosit mi aveva clto: e recitavo ormai in fretta, senza riprendere fiato. Poi, all'Amen, feci cos (e il piccolo stese le mani, schiudendo le dita). Dentro, non c'era nulla".
Questo fatto, ognuno riusciva benissimo a immaginarselo. Ma anche Hans non sapeva che consigliare. Tutti stavano l, la bocca aperta, a guardarlo. Repente, esclam:
"Ma che sciocco!... Ecco: ogni oggetto pu diventare il buon Dio. Ogni oggetto. Purch gli si dica".
Si rivolse al bimbo pi vicino, dai capelli rossi.
"Un animale, no. Scapperebbe. Ma un oggetto, vedi?, un oggetto  l: fermo. Puoi entrare nella stanza, quando ti piaccia. Di giorno e di notte, lo ritrovi sempre al suo posto. E dunque, pu essere anche il buon Dio".
A poco, a poco, tutti se ne convinsero.
"Ma a noi, occorre adesso un piccolo oggetto. Tanto piccolo, da poterlo portare sempre e in ogni luogo con s. Altrimenti, non servirebbe.... Via! Vuotate le tasche!".
Saltarono allora fuori gli oggetti pi strani. Pezzi di carta, temperini, gomme, pennini, fettucce, petruzze, viti, fischietti, mozziconi di legno: e tante altre cose, che non  facile ravvisare da lungi; o a cui non so, adesso, qual nome attribuire. E tutti quegli oggetti se ne stavano l, tra le mani dei bimbi come atterriti dal pensiero improvviso di poter diventare, ecco, il buon Dio. E tuttavia, se qualcuno aveva dentro di s, appena appena, una favilla di luce, scintillava. Scintillava, per piacere ad Hans.
La scelta rest a lungo incerta. Ma cadde, finalmente, su di un piccolo ditale, che Resi aveva sottratto un giorno alla mamma. Brillava, quasi fosse d'argento. E in premio della sua bellezza, divenne il buon Dio.
Hans inizi il turno: se lo mise in tasca per primo. E i compagni gli furono dietro tutto il giorno, orgogliosi di lui. Quando giunse l'ora di stabilire a chi dovesse toccar, l'indomani, sorsero dispute. Ma Hans, previdente, stabil sbito l'ordine di consegna per l'intiera settimana, s che non avessero, poi, a nascere liti.
Il sistema si dimostr, sotto ogni riguardo, perfettamente idoneo allo scopo. Era possibile indovinarlo a colpo d'occhio sicuro, il bambino che aveva in consegna il buon Dio: andava intorno pi impettito e solenne, con un musetto domenicale.
I primi tre giorni, non seppero parlare d'altro. Ogni momento, questo o quello chiedeva di vedere il buon Dio. E bench, sotto l'influsso della nuova dignit prodigiosa, il piccolo ditale non avesse subto la minima trasformazione, pure, la sua forma immutata appariva come un'umile veste in cui si celasse, ravvolta, l'intima autentica essenza divina.
Tutto procedeva nell'ordine prestabilito. Il mercoled, Paolo ebbe in consegna il ditale; e lo pass, il gioved, alla piccola Anna.
Ma venne il sabato. I bimbi giocavano a rincorrersi, quando, proprio mentre pi il giuoco ferveva chiassoso, Hans, repente, grid:
"Chi ha il buon Dio?".
Tutti si fermarono. Si guardarono l'un l'altro. Nessuno rammentava di averlo visto, da due giorni a questa parte. Hans fece, rapido, il conto. Result la piccola Maria: e i compagni le furono addosso, pretendendo che mettesse sbito fuori il buon Dio.
Come fare? La bimba rovist nelle tasche. Ricordava, finalmente, di averlo avuto in consegna la mattina. Ma adesso, era scomparso. Probabilmente, lo aveva smarrito, giocando.
Allorch i bimbi si furono tutti avviati verso casa, la piccina rest sola sul prato; e si mise a cercare. L'erba era piuttosto alta. Pass un uomo. Poi, un altro. E le chiesero che cosa avesse perduto. Ogni volta, la bimba rispose:
"Un ditale"; e seguit a cercare.
Entrambi i passanti per un poco, l'aiutarono. Ma si stancarono sbito di rimanere chini verso il suolo. E il secondo, alla fine, andandosene, le sugger:
"Sar meglio che torni a casa. Ne comprerai un altro".
Ma la piccina non si diede per vinta. Seguit a cercare. Il prato, al crepuscolo, si faceva sempre pi misterioso, e l'erba cominciava a bagnarsi. Pass un altro uomo. Si curv sulla bimba.
"Che cerchi?".
Adesso, la piccola, gi prossima a rompere in pianto, afferm, coraggiosa e convinta:
"Il buon Dio".
L'uomo sorrise. La prese per mano. E lei, si lasci condurre, come se, ora, una gran pace le fosse penetrata nel cuore.
Per via, lo straniero le disse:
"Guarda che bel ditale ho trovato oggi!...".
Le nuvole della sera davano gi da tempo segni d'impazienza.
Il vecchio nuvolone canuto (s'era fatto grosso grosso, frattanto) si volse a me:
"Volete dirmi, di grazia, il nome del paese sul quale voi adesso...."
Ma le altre nuvole scapparono in corsa pel cielo, ridendo.
E si trassero dietro il vecchione.
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Fine.
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FIABA SULLA MORTE.
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CON UNA CHIOSA DI MANO IGNOTA
Indugiavo ancra con gli occhi in aria a rimirare il cielo che impallidiva a poco a poco nel crepuscolo, quando una voce, d'improvviso, mi raggiunse:
"Sembra che voi v'interessiate vivamente al mondo di lass".
Il mio sguardo ricadde veloce dall'alto, come un uccello colpito. E mi accorsi: ero giunto al muricciuolo del nostro piccolo cimitero. Innanzi a me, oltre il muro, un uomo armato di badile mi guardava sorridendo, ritto in piedi, serio serio.
"Io, sguito invece a interessarmi - vedete? - al mondo di quaggi", prosegu indicando la terra umida e nera. Traspariva, qua e l, tra le foglie secche, scosse a frusciare dal vento, levatosi senza ch'io me ne avvedessi.
Repente, un impeto di ribrezzo mi prese:
"Perch fate quel mestiere, voi?".
Il becchino seguitava a sorridere:
"Mi d il pane, anzitutto. E poi, scusate, la maggior parte degli uomini non fa lo stesso? Seppelliscono Dio lass, com'io seppellisco gli uomini qui".
Additando il cielo, spieg:
"Guardate! Anche quella  una immensa fossa. E d'estate, vi sbocciano a migliaia, selvatici, i non-ti-scordar-di-me".
Lo interruppi:
"Vi fu un tempo, lo so", rincalzai, "in cui ognuno gettava una manata di cielo su Lui. Ma, in quel tempo, Egli non abitava gi pi tra le stelle.... O meglio....".
M'interruppi esitando. Poi, ripresi:
"Sapete? Nei tempi antichi, gli uomini pregavano, cos".
Spalancai le braccia; e sentii, involontariamente, anche il petto allargarmisi.
"E allora, Dio si gettava dentro tutti quegli abissi ricolmi di tenebra e d'umilt. E solo a malincuore, faceva ritorno negli emprei; e andava accostandoli, dunque, alla terra, via via, sempre pi. Ma poi, una nuova fede si diffuse per il mondo. E come non riusciva a spiegare agli uomini in che cosa il nuovo Dio differisse dall'antico (perch non appena prendeva a magnificarlo, gli uomini riconoscevano sbito, anche in Lui, il vecchio Dio), l'Annunziatore della nuova Legge modific il gesto della preghiera. Insegn a giungere le mani; e prescrisse: - Vedete? Il nostro Dio vuole essere pregato cos. Ed  quindi un altro, da quello che avete sin'ora creduto di accogliere tra le braccia. - Gli uomini, lo ammisero. E il gesto delle braccia spalancate divenne allora spregevole e tremendo. E, pi tardi, lo fissarono sulla croce: per mostrarlo a tutti come simbolo di dolore e di morte.
Ma quando Dio cal di nuovo sulla terra lo sguardo, rabbrivid di paura. Tra l'irta selva infinita delle mani congiunte, a perdita d'occhio, gli uomini avevano costruito migliaia e migliaia di chiese gotiche: e le mani e le guglie scattavano alte contro di Lui, egualmente rigide e aguzze, come armi nemiche. Il coraggio di Dio  diverso dal nostro. Si rifugi, Egli, nei cieli. E quando vide che fin lass lo inseguivano le guglie e le mani protese nel gesto della nuova preghiera, abbandon anche i cieli, uscendone dall'altra parte; e si sottrasse, cos, alla persecuzione. Fu molto sorpreso, Egli stesso, di trovare, al di l della sua radiosa dimora, un principio di tenebre, che lo accolse in silenzio. E con una strana sensazione procedette in quella penombra, che gli ricordava i cuori degli uomini. Allora soltanto, gli balen che le loro teste sono chiare: ma i loro cuori, ricolmi, invece, d'una consimile oscurit. E una nostalgia lo prese: d'abitar dentro i cuori degli uomini invece di seguitare a procedere traverso la lucida e fredda insonnia dei loro pensieri.
Orbene: Dio ha proseguto, da allora, il suo cammino. L'oscurit gli si va facendo d'attorno sempre pi densa; e la notte, traverso la quale Egli s'apre la via, ha un po' il tepore odoroso delle fertili zolle. Non andr molto ancra, e le radici si leveranno incontro a Lui col bel gesto ampio della antica preghiera. Non v'ha sapienza pi perfetta del circolo chiuso. Ebbene: Dio che ci  sfuggito pei cieli torner a noi dalla terra. E pu darsi che siate proprio voi, un giorno, a scavargli la porta....".
L'uomo del badile disse:
"Ma questa  una fiaba!".
"Nella nostra voce", risposi sommesso, "tutto, vedete?, diviene fiaba; perch nessun evento ha mai potuto, in essa, incarnar la realt".
L'uomo rimase a guardare ancra un po' innanzi a s. Quindi, indoss con movimenti bruschi la giacca; e mi chiese:
"Volete che andiamo insieme?".
Accennai di s.
"Io torno a casa. Dobbiamo fare, ritengo, la stessa strada.... Ma voi non abitate qui?".
Usc dal cancelletto; lo richiuse pian piano facendolo cantar, lamentoso, sui cardini, e disse:
"No".
Dopo qualche passo, era entrato in maggior confidenza:
"Voi avevate proprio ragione, poco fa.  strano come non si trovi anima viva che voglia sobbarcarsi a un simile mestiere, qua fuori. Prima non ci avevo mai fatto caso. Ma ora, da che incomincio a invecchiare, mi vengono alle volte certi pensieri.... certe fantasie cos bizzarre.... Come quella del cielo, per esempio. E altre, altre ancra. La morte? Che ne sappiamo noi? In apparenza, tutto; e in realt, forse nulla. Spesso, mentre lavoro, mi si fanno intorno, a curiosare, dei bimbi. Non so neppure di chi siano. E mi balena, improvviso, uno di quei pensieri. Allora, mi metto gi a scavare come una bestia, per strapparmi via dal cervello ogni forza, e scaraventarla qui, nelle braccia, perch me la consumino tutta. La fossa si fa pi profonda di quanto non prescriva il regolamento: e vi si accumula, a lato, una montagna di terra. Ma nel vedere que' miei gesti selvaggi, i bimbi se la dnno a gambe.... Pensano ch'io sia, in qualche modo, adirato....".
Rimase un attimo sopra pensiero:
"E in realt, s, hanno ragione. Ecco, fa proprio rabbia. A poco a poco, ci si esaurisce, e si rinunzia. Si crede di averlo dimenticato, come superato, il pensiero della morte.... Ma d'un tratto.... Non serve! La morte  qualcosa di incomprensibile, di spaventoso!...".
Camminavamo per una strada lunga, tra alberi da frutta gi spogli: e il bosco incominciava a sinistra, come una notte pronta a calare, da un momento all'altro, anche su noi.
"Voglio narrarvi una breve storia", arrischiai. "Ci terr compagnia, giusto fino all'abitato".
L'uomo annu. Accese la vecchia pipetta.
Io raccontai:
"C'erano una volta due esseri: un uomo e una donna, che si volevano bene. Amarsi, vuol dire non accettare nulla di nulla da qualunque parte e da chiunque venga; dimenticare ogni cosa; e voler ricevere tutto da un'unica creatura: ci che si possiede, e anche il resto.
Quei due esseri non desideravano, appunto, che di potersi amare, cos.
Ma in mezzo al mondo, nella vita d'ogni giorno, fra tanta gente che va e che viene, spesso, prima ancra d'averlo avviato, un simile modo di amare diviene inattuabile. Gli eventi accorrono da ogni direzione e il caso spalanca loro le porte.
I due amanti risolsero, perci, d'abbandonare il tempo e di ritrarsi nella solitudine: lontano dal battito degli orologi e dai rumori della citt.
Quivi, in mezzo a un giardino, eressero la loro dimora. La casa aveva due porte: una sul lato destro, una su quello sinistro. La porta di destra apparteneva all'uomo: e per essa avrebbero dovuto entrare tutte le cose sue. La porta di sinistra, alla donna: e sotto quest'arco doveva passare tutto ci che fosse di sua spettanza.
E avvenne cos.
Chi si destava all'alba per primo, scendeva abbasso, a spalancare la sua porta. E attraverso quel vano, sino a notte alta, penetravano, allora, infinite cose: bench l'edificio non sorgesse lungo una strada. Per chi sappia ospitarlo, il paesaggio viene fin dentro le stanze: con la luce, col vento carico di profumi e con tante altre cose. Ma per le due porte, entravano anche vicende remote, figure e destini. E li accoglieva la stessa semplice ospitalit cordiale, cos che a tutti pareva d'essere sempre vissuti in quella casa, sulla campagna deserta.
Trascorse cos molto tempo, e i due amanti vivevano felici. La porta di sinistra, si apriva un po' pi spesso: ma per quella di destra, entravano ospiti pi varii.
Una mattina, davanti a questa, aspettava, la Morte.
Quando l'ebbe ravvisata, l'uomo richiuse in fretta la porta; e la tenne cos tutto il giorno.
Dopo qualche tempo, la Morte comparve innanzi all'uscio di sinistra. La donna serr tremando i battenti; e tir il chiavistello.
Entrambi si guardarono bene dal parlare dell'accaduto fra loro. Ma le porte furono schiuse, d'ora innanzi, pi raramente. E i due s'ingegnarono a vivere con le provviste che avevano in casa.
Certo, la loro vita si fece assai pi misera di prima. Perch il cibo scarseggi quasi sbito. Vennero, con gli stenti, i pensieri. E incominciarono entrambi a soffrire d'insonnia e a deperire.
In una appunto di quelle interminabili notti in cui non riuscivano a prendere sonno, avvertirono simultaneamente ambedue uno strano rumore: insieme, martellante e strusciato. Veniva dal rovescio della casa, a eguale distanza fra l'una e l'altra porta. Si sarebbe detto che qualcuno avesse preso a dissestar le pietre, per praticare nel mezzo, col, un nuovo ingresso.
Tanta fu la paura, che i due finsero di non aver percepito nulla d'insolito. Presero a parlare e a ridere forte d'un riso tutt'altro che spontaneo. E quando la stanchezza li colse, il rumore era cessato.
Da quella notte, entrambe le porte rimangono costantemente serrate. I due amanti vivono come prigionieri. Deperiscono ogni giorno e soffrono di strane fantasie. Tratto tratto, il rumore si ripete. Allora, ridono con le labbra. Ma i cuori, dentro, muoiono di spavento. Sanno ambedue che quel lavoro di scavo va facendosi sempre pi forte e pi distinto. E, per coprirlo, debbono parlare e ridere sempre pi alto, con le loro voci sempre pi stanche".
Tacqui.
" cos, proprio cos!", esclam l'uomo che mi camminava a fianco. "Dev'essere una storia vera, la vostra".
"La ho letta in un vecchio libro", soggiunsi. "E mi accadde, allora, una cosa singolarissima. In fondo alla riga ove si narrava come la Morte fosse ricomparsa davanti all'uscio della donna, era disegnata, con un antico inchiostro sbiadito, una piccola stella. Occhieggiava attraverso le parole, come di fra nuvole vespertine. E io pensai, per un attimo, che, se le righe si fossero aperte, avrebbero potuto forse scoprire tante altre stelle, come talvolta avviene, difatti, quando repente, a notte alta, il cielo di primavera schiarisce.
Dimenticai presto questa circostanza insignificante, sino a che non mi accadde di ritrovare in fondo al libro, nell'interno della copertina, la stessa piccola stella. Sulla carta lucida e liscia, appariva come riflessa dalla superficie di un lago. Proprio sotto la piccola stella, cominciavano alcune righe tracciate con una mano delicatissima: e si succedevano come onde sul pallido specchio della pagina. La scrittura, sbiadendo, si era fatta in parecchi punti illeggibile. Mi riusc, tuttavia, di decifrarla, quasi per intiero.
Presso a poco, diceva:
"La ho letta tante e tante volte questa storia, e in giornate cos diverse, che mi cpita spesso d'illudermi: mi sembra, cio, di averla trascritta io; io, da' miei ricordi. Ma ne' miei ricordi, ha uno svolgimento un po' dissimile.
Questo, che adesso dir.
La donna non aveva mai visto la Morte. E, non sospettando di nulla, la lasci dunque entrare. Ma la Morte disse sbito svelta, come uno che abbia qualcosa sulla coscienza: -  semente.  buona semente. - Quindi, si allontan, senza volgersi indietro. La donna apr il sacchetto, che la Morte le aveva messo in mano. E ne tolse, in realt, una specie di semente: alcuni orribili granelli duri. Allora pens: - La semente  qualcosa d'incompiuto, qualcosa di indissolubile dal futuro. Come prevedere quel che ne nascer? Non consegner al mio compagno questi orrendi granelli, che non hanno proprio l'aspetto di un regalo. Preferisco seminarli in giardino: e attendere che cosa ne sboccer. Lo condurr, allora, innanzi alla pianta: e gli spiegher come sia nata. -
E cos fece.
Continuarono, i due, la loro vita. L'uomo, che non riusciva a dimenticare come la Morte fosse apparsa alla sua soglia, era assalito, nei primi tempi, da sbite paure. Ma, vedendo poi la donna tranquilla e ospitale come sempre, fin per riaprire anch'egli a due battenti la porta. E molta vita e molta luce irruppero di nuovo nelle stanze. La primavera successiva, nel bel mezzo dell'aiuola, tra gli alti gigli rossi, spunt un arboscello. Aveva esili foglie scure, un po' aguzze, simili a quelle dell'alloro: e splendeva, tenebroso, di strani bagliori.
L'uomo tornava a proporsi ogni giorno d'interrogare la sua compagna circa la provenienza di quella pianta. E tornava anche a rinunziarvi, ogni giorno. Per un analogo sentimento, anche la donna rinviava la spiegazione. Ma la domanda repressa da una parte e la risposta sottaciuta, dall'altra, con un inconscio tremore, seguitavano a ricondurre spesso i due amanti innanzi all'arboscello, che spiccava cos stranamente in mezzo al giardino, nel suo funereo color verde.
Un altro anno trascorse. Non appena torn la primavera, tanto l'uomo quanto la donna si diedero a prodigarsi per l'arboscello non meno che per le altre piante del giardino. E si rattristarono nel vederlo, di poi, identico all'anno prima: muto, tra la fioritura rigogliosa: muto e sordo a ogni richiamo del sole.
Stabilirono allora, pur senza dirselo, di dedicargli nella primavera seguente ogni cura. E quando giunse, mantennero in silenzio, la mano nella mano, quella promessa, che ciascuno aveva fatto in cuor suo.
Tutto intorno, le aiuole inselvatichirono. I gigli rossi si fecero pallidi pallidi. Ma un giorno scendendo all'alba, dopo una notte coperta e greve d'afa, nel giardino tacito e chiaro, oh maraviglia!, si avvidero entrambi: di tra le foglie nere e aguzze del misterioso arboscello, era spuntato il bocciuolo di un pallido fiore azzurro. Intatto, bench la corolla gi scoppiasse fuor dall'angustia dei sepali.
E stettero l, uniti, in silenzio: e adesso, pi che mai, non avevano proprio nulla da dirsi. Perch pensavano: - Ora, fiorisce la Morte. - E si curvarono, insieme, ad aspirare il profumo del bocciuolo novello. Ma, da quella mattina, tutto si  mutato nel mondo".
"Queste, le parole ch'io lessi nel vecchio libro, sull'interno della copertina", conchiusi.
"E chi mai le avr scritte?", domand, ansioso, il compagno.
"A giudicar dalla scrittura, una donna. Ma a che cosa avrebbe giovato mai, investigare? Le lettere apparivano molto sbiadite e come un po' fuor di moda. Probabilmente, era morta da tempo".
L'uomo s'immerse tutto ne' suoi pensieri.
Infine, ammise:
"Una semplice storia.... Eppure, si resta tanto commossi....".
Lo confortai:
" perch non siete avvezzo, voi, a sentirle raccontar tanto spesso, le storie".
"Credete?".
Mi porse la mano. Io la trattenni e la strinsi.
Esclam:
"Eppure, mi piacerebbe tanto, adesso, raccontarla anche ad altri! Permettete?".
Assentii con un cenno del capo.
Improvvisamente, si risovvenne:
"Ma io non ho nessuno. E a chi dovrei raccontarle?".
"Oh,  molto semplice!", risposi. "Ai bimbi, quando torneranno a guardarvi lavorare".
I bimbi le hanno infatti risapute tutte, le mie tre ultime storie. Per essere precisi, quella che fu loro d'uopo riascoltare dalle nuvole della sera, in parte soltanto: se mi hanno bene informato. Perch i bimbi sono piccoli: e, per conseguenza, pi distanti di noi, dalle nuvole. In questo caso,  stata, d'altronde, una bella fortuna! Nonostante il lungo discorso di Hans, cos ben contesto e coerente, si accorgerebbero sbito, loro, che quella storia si svolge tra bimbi. E correrebbe, ahim, il rischio d'essere giudicata da critici competenti.
No.  meglio che non sappiano, i bimbi, con quanta fatica noi grandi sperimentiamo, maldestri, le cose, che, a loro, accadono invece cos agevoli e semplici.
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Fine.
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UN'ASSOCIAZIONE NATA PER IMPELLENTI NECESSIT.
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Ho sentito dire che anche nel nostro villaggio si  costituita una Specie di "Associazione degli artisti".
Si  costituita da poco: per un bisogno, chi non lo indovina?, categorico e urgente. E corre voce che fiorisca. Quando le Associazioni non sanno proprio che fare, fioriscono. Hanno sentito ripetere, d'altronde, tante e tante volte come a questo appunto, si riduca il cmpito di qualsiasi Societ che si rispetti.
Inutile aggiungere che il signor Baum ne  Consigliere ad honorem, fondatore, padrino di vessillo, etc. etc.: il tutto, in un'unica persona. E si d un gran da fare, il signor Baum, per non perdere la testa, e non confondere queste sue cariche cos molteplici e varie.
Giorni or sono, deleg un giovanotto perch mi recasse l'invito ufficiale alle "serate" dell'Associazione. Lo ringraziai, si capisce, con la maggior garbatezza possibile. Ma aggiunsi che, da cinque anni a questa parte, ogni mia attivit consisteva, precisamente, nel contrario.
"Non passa, figuratevi, un minuto, da cinque anni a questa parte", gli dichiarai con la debita seriet, "senza ch'io esca da una qualche Associazione. Eppure, ve n' sempre una che, a mia insaputa, per cos dire, m'include".
Il giovanotto esamin le mie scarpe. Da prima, con un po' d'inquietudine; poi, con una specie di rispettoso compatimento. Credo vi riscontrasse quell'inveterata abitudine dell'"uscire, ogni minuto da una qualche Associazione", perch assentiva con cenni d'intesa.
Mi piacque. E poich ero in procinto di uscire, gli proposi di accompagnarmi.
Traversammo il paese, uscendone, per avviarci alla stazione. Dovevo recarmi col.
Parlammo di varie cose. Seppi che il giovanotto era musicista. Me lo confid, modestamente, egli stesso. Perch, a vederlo, non si sarebbe davvero supposto. Oltre che per la chioma prolissa, si distingueva per una sollecitudine servizievole, quasi esagerata. Lungo il breve tragitto, mi raccolse, per ben due volte, i guanti. Mi tenne l'ombrello, mentre cercavo nelle tasche qualcosa. Mi avvert, arrossendo, che una pagliuzza s'era infiltrata nella mia barba; che avevo il naso un po' unto; e, nel dir ci; le sue dita magre parevano come allungarsi, impazienti di avvicinare la mia faccia, per potersi rendere utili in qualche modo.
In questo suo zelo servizievole, il giovanotto finiva spesso per rimanere indietro. Anche perch si attardava a togliere via dai cespugli, con visibile compiacimento, le foglie secche che vi s'erano impigliate cadendo dagli alberi.
La stazione era ancra distante. Compresi che, di indugio in indugio, avrebbe finito per farmi perdere il treno.
E risolsi di raccontargli una storia, cos da tenermelo a fianco e al passo.
Senz'altro, incominciai:
"Io ricordo la storia di un'Associazione d'artisti, nata, questa, s, veramente da un bisogno imperioso. Ascoltatemi.
Or non  molto tempo, tre pittori s'incontrarono, a caso, in una vecchia citt. Naturalmente, non parlarono d'arte: o, almeno, cos parve. Trascorsero la serata nel retrobottega di un'antica locanda, a raccontarsi avventure di viaggio e altri episodii di vario genere. Le loro storie divennero, a poco a poco, sempre pi brevi e asciutte. E non rimase, alfine, se non qualche facezia, ch'essi seguitavano a ributtarsi l'un l'altro, cos, distrattamente.
Per eliminare ogni malinteso, conviene sbito aggiungere ch'erano tre autentici artisti: tre artisti voluti, cio, dalla Natura; non, prodotti dal caso. Quella grigia serata trascorsa nel retrobottega d'una locanda, non ltera il fatto, per nulla. Ascoltate il sguito.
Nella locanda, entr altra gente, profana. I tre pittori avvertirono sbito un certo disagio. Uscirono. E non appena fuori della porta, sulla via, eccoli di gi, come per incanto, trasfigurati.
Camminavano in mezzo alla strada, un po' distante l'uno dall'altro. Permanevano, sui vlti, le tracce del riso: quello strano disordine, cio, d'ogni lineamento. Ma i loro occhi si erano gi fatti pensosi e contemplativi.
Repente, colui che procedeva nel mezzo, urt il compagno di sinistra. Questi, comprese sbito. Difilava innanzi a loro una viuzza stretta, soffusa da una penombra tiepida e fine. Saliva un poco, cos da mostrarsi, di scorcio, in tutto il rilievo della prospettiva. E aveva qualcosa d'insolitamente misterioso e, tuttavia, di familiare.
Per un attimo, i tre pittori si lasciarono compenetrare dall'incanto di quello spettacolo. Senza aprir bocca, perch sapevano che certi incanti non si possono dire. Erano pittori, per ci: perch v' qualcosa, al mondo, che le parole non riescono a esprimere.
D'un tratto, la luna spunt chi sa dove. Disegn, d'argento, un comignolo; una canzone si lev da un cortile.
"Che volgare ricerca di effetti!", brontol l'uomo di mezzo.
E proseguirono.
Camminavano, adesso, un po' pi vicini l'uno all'altro, pure occupando sempre tutta la larghezza della via. Fin che sboccarono, inavvertitamente, su di una piazza.
Fu l'uomo di destra, a richiamare, questa volta, l'attenzione dei compagni. Sul nuovo scenario, pi libero e largo, la luna non disturbava affatto, ma pareva, se mai, necessaria. Faceva sembrare la piazza pi grande. Conferiva alle case un magico palpito di vita, animandole come creature tese in ascolto. La superficie del selciato, fulgida sotto il chiarore lunare, era insolentemente rotta, al centro, dalla massa oscura di una fontana e dalla sua ombra greve. Un'audacia che affascin i tre pittori.
Si strinsero l'uno all'altro: e rimasero l, a sorseggiare quella suggestione, inebriati.
Ma qualcosa di sgradevole venne a interrompere l'incanto.
Passi svelti e leggieri, avanzarono. L'ombra di un uomo si stacc dalla fontana. Accolse quei passi, e tutto il resto che ne faceva parte, con l'effusione rituale in simili casi. E la bella piazza, ecco, era divenuta, d'un tratto, una miserabile oleografia, da cui i tre pittori torsero, come un sol uomo, gli sguardi.
"Eccolo ancora l, pertinace, quel maledetto motivo idilliaco da fiaba romantica!", esclam l'uomo di destra, definendo con questo termine tecnico la coppia di amanti, laggi presso la fontana.
Agitati dalla medesima collera, i tre pittori vagarono ancra a lungo, senza mta, per la citt, scoprendo via via sempre nuovi motivi; ma tornando a indignarsi per il modo, con cui questa o quella circostanza volgare sopravvenivano sempre, inevitabilmente, a distruggere la silenziosa semplicit di ciascun motivo.
La mezzanotte li trov di nuovo alla locanda, tutti e tre seduti nella camera del pi giovane. E non si risolvevano a separarsi per andare a letto. Quel vagabondaggio notturno aveva destato una folla di propositi e di idee. E poich era anche valso a dimostrare la fondamentale identit dei loro spiriti, si scambiarono adesso, col pi vivo fervore, sentimenti e opinioni.
Non si potrebbe sostenere che li formulassero in vere e proprie frasi impeccabili. Li dibattevano piuttosto con qualche termine ermetico, che nessun profano avrebbe potuto capire. Ma s'intendevano tra loro cos bene, che i vicini di camera non riuscirono a prendere sonno fin verso le quattro del mattino.
Tuttavia, quella notte trascorsa in cos lunga seduta ebbe una conseguenza reale e tangibile. Ne nacque una specie di Associazione. O, per meglio dire, essa era gi virtualmente sorta, dall'attimo in cui le intenzioni e le mte dei tre artisti avevano dimostrato una lor propria affinit cos intima e tenace, che si sarebbero potute difficilmente separare l'una dall'altra.
La prima deliberazione sociale fu messa sbito in pratica. Partirono per la campagna, e presero in affitto un poderuccio a tre ore dalla citt.
Restare in citt, non avrebbe avuto alcun senso. Perch si proponevano di formarsi l fuori, anzitutto, uno stile: una certa sicurezza personale, l'occhio, la mano; queste, e tante altre cose insomma, senza le quali un pittore pu vivere, ma dipingere non pu. A procurarsi questo complesso di doti, doveva per l'appunto aiutarli l'Associazione; e, soprattutto, un suo quarto membro onorario: la Natura. Sotto la parola Natura, i pittori comprendevano tutto ci che Dio ha creato egli stesso; o che avrebbe potuto, comunque, creare in circostanze speciali. Una siepe, una casa, una fontanella, tutte queste cose, sono per lo pi,  vero, d'origine umana. Ma quando siano rimaste per lungo tempo in mezzo al paesaggio, fino ad assumere determinati caratteri dagli alberi, dai cespugli, da tutto ci, insomma, che le circonda, entrano in possesso di Dio: e, simultaneamente, in possesso dell'artista. Perch Dio e l'artista hanno la stessa ricchezza, o la stessa povert, a seconda dei casi.
Ebbene: in quella natura che si stendeva attorno al poderuccio, Dio non aveva mai pensato di possedere alcuna ricchezza speciale. Ma non corse gran tempo, che i pittori seppero convincerlo del contrario. La regione era piatta, uniforme. Come negarlo? Ma la profondit delle sue ombre e l'altezza delle sue luci creavano culmini e abissi, di tra i quali infinite zone intermedie corrispondevano alle vaste praterie e ai campi feraci, da cui prende vigore di rilievo un paesaggio montuoso. Non v'erano che pochi alberi: pertinenti, quasi tutti, a un'unica famiglia botanica. Ma per l'anima che esprimevano (per l'accorata nostalgia di questo e di quel ramo; o per la tenera reverenza del tronco) apparivano come una folla di esseri individui; e qualche prato, come una creatura vivente, personalissima, che rapiva i pittori (con la molteplicit e con la profondit del suo carattere) di sorpresa in sorpresa.
Era cos grande l'entusiasmo dei tre artisti; si sentivano cos uniti e indissolubili nella tenacia del comune lavoro, che non significa nulla se, dopo sei mesi, ciascuno pens di sistemarsi, per comodit di spazio, in una dimora sua propria.
Ma occorre qui far parola di un altro avvenimento. Trascorso un anno, i tre pittori vollero festeggiare, in qualche modo, il primo anniversario dell'Associazione, da cui erano derivati, in poco tempo, cos benefici effetti. E ciascuno risolse di dipingere segretamente, allo scopo, le case degli altri due compagni.
Nel giorno prestabilito, si riunirono portando i quadri. Ma avvenne loro d'intrattenersi appunto intorno alle proprie case: intorno alla posizione, alle comodit che offrivano etc. etc. E si accalorarono nel discutere cos, da dimenticare gli schizzi a olio che avevano portato. A notte alta, ciascuno si ritrov a casa propria, col suo invlto intatto. N sarebbe facile spiegare come avvenisse.
Anche in sguito di tempo, si astennero dal mostrarseli. E quando uno visitava l'altro (il che accadde via via, per il gran lavoro, sempre pi raramente) ritrovava ogni volta sul cavalletto gli schizzi dei primi mesi: dell'epoca, cio, in cui avevano abitato insieme lo stesso podere.
Ma un giorno l'uomo di destra (occupava egli adesso la casa di destra; e possiamo seguitare pertanto a chiamarlo cos), ma un giorno l'uomo di destra scoperse nell'abitazione di sinistra - quella del pi giovine - uno, appunto, dei misteriosi quadri preparati, come ho detto, per l'anniversario. Rimase a contemplarlo per qualche attimo, meditabondo. Lo port alla luce, e ruppe in uno scoppio di risa:
"Guarda, guarda! Non ne sapevo nulla! L'hai clta con mano felice, la mia casa! Una caricatura indemoniata davvero! Con quelle forme e con quei colori grottescamente esagerati, con quell'audace deformazione del mio tetto, ch' in realt, ne convengo, troppo vistoso. Insomma, l'hai clta....".
L'altro, non assunse una delle sue facce pi gaie. Al contrario. Si rec dal compagno di mezzo, agitatissimo: per farsi rassicurare da lui, ch'era, dei tre, il pi assennato. Sempre, in simili casi, egli sentiva venir meno ogni fiducia in se stesso; e lo assalivano gravi dubbi intorno alle proprie doti di artista. Non trov l'amico. Si diede a rovistare per lo studio. E lo sguardo gli cadde sbito sopra un quadro che, stranamente, lo respinse.
Rappresentava una casa. Ma solo un pazzo, un autentico pazzo, avrebbe potuto abitarla. Oh, quella facciata poteva averla costruita soltanto un pover'uomo, che, del tutto digiuno di architettura, si fosse divertito a sfogare, d'altronde, in quell'edificio le sue miserevoli risorse pittoriche. Repente, gett ora il quadro, come se gli avesse scottato le dita. Sul margine sinistro, aveva letto la data del primo anniversario; e, accanto ad essa, questa dicitura La casa del pi giovane. Egli non attese, naturalmente, che il compagno rientrasse, ma fugg via di pessimo umore.
D'ora innanzi, l'uomo di destra e l'uomo di sinistra si fecero pi cauti. Scelsero volutamente, per dipingere, motivi estranei e lontani. E si guardarono bene dal preparare alcunch per il secondo anniversario di quella loro Associazione cos florida e cos proficua.
L'uomo di mezzo, non sospettando nulla, seguitava invece a lavorare alacremente intorno a un motivo suggerito dal paesaggio finitimo alla casa di destra, poi che un sentimento vago e indecifrabile gli impediva di prendere a soggetto lo stesso edificio.
Com'ebbe finito, port il quadro al compagno di destra. Ma questi si chiuse in uno strano riserbo; vi gett sopra appena uno sguardo distratto; e incominci sbito a parlar d'altro. Dopo un poco, disse:
"Non sapevo che tu fossi stato cos lontano, in questi ultimi tempi".
"Cos lontano? Ma che dici?".
Non capiva.
"Quel quadro", soggiunse l'altro, "riproduce, evidentemente, un soggetto olandese....".
L'uomo di mezzo si mise a ridere:
"Soggetto olandese? Ma se sta l, proprio davanti alla porta di casa tua!".
E non gli riusciva di frenar l'ilarit. L'altro, invece, non rideva. Abbozz a stento un piccolo sorriso. E disse:
"Hai voglia di scherzare!".
"Ma niente affatto, amico mio! Apri la porta, e ti far vedere".
Si avviava....
"Alt!", fece il padrone di casa. "E io ti dichiaro che non solo non ho veduto fin qui quel paesaggio, ma che non lo vedr mai. A' miei occhi non  neppur capace di esistere".
"Eppure....", accenn l'uomo di mezzo, sorpreso.
"Insisti ancra?", ribatt l'altro, irritato. "Bene. Partir oggi stesso. Sei tu che mi costringi a sloggiare, perch non potrei pi vivere qui. Capito?".
Da quell'attimo, l'amicizia fu rotta. Ma non si sciolse l'Associazione. A norma dello Statuto, non si  sciolta ancor oggi. Nessuno vi pensa: ma potremmo a buon diritto affermare che ha spinto ormai le sue propaggini per tutto il mondo".
"Ecco dunque", m'interruppe il giovanotto servizievole, che non smetteva di farmi un po' il broncio, "ecco dunque, come vedete, un altro colossale successo della vita cooperativa. Da quel ristretto cenacolo, saranno usciti, certamente, Maestri di prim'ordine....".
"Se permettete", lo pregai - ed egli mi spolver ben bene, zelante, una manica - "se permettete, ci che ho narrato fin qui costituisce solo l'introduzione alla mia storia; anche se l'introduzione  in realt pi complessa della storia. Stavo dunque dicendo che quell'Associazione ha spinto ormai le sue propaggini per tutto il mondo. Ed  proprio cos. I suoi tre membri vi si dispersero, clti da un autentico terrore. Non riuscivano a trovar pace in alcun luogo. Ciascuno temeva sempre che l'altro potesse riconoscere un lembo del suo paesaggio e profanarlo in un quadro sacrilego. E come furono giunti ai tre limiti opposti della periferia terrestre, ognuno d'essi fu clto dal pensiero disperante che il suo cielo (quel cielo ch'egli si era conquistato a fatica nel perpetuo crescendo della propria individualit) potesse venire attinto anche dagli altri.
In un attimo di angoscia suprema, incominciarono a retrocedere tutti e tre simultaneamente, coi cavalletti.... Ancra pochi passi, e sarebbero precipitati dall'orlo della terra nell'infinito, travolti a compiere in folle velocit il duplice moto di rotazione intorno alla terra e di traslazione intorno al sole.
Ma l'attenta benevolenza di Dio evit questo destino crudele. Si accorse, Egli, del pericolo; e all'ultimo momento (che altro avrebbe potuto fare, d'altronde?) comparve in mezzo al cielo.
I tre pittori rabbrividirono. Piazzarono i cavalletti; e ripresero la tavolozza. Quell'occasione, non dovevano lasciarsela sfuggire. Il buon Dio non si mostra tutti i giorni: e, tanto meno, al primo venuto.
Ciascuno dei tre riteneva, naturalmente, che Dio fosse apparso a lui solo. Si profondarono, d'altronde, via via sempre pi in quel lavoro cos appassionante. E ogni qual volta Dio accenna a ritirarsi, San Luca lo prega di restar l ancra un poco, sin che i pittori non abbiano finito i loro quadri".
"Li avranno ormai, senza dubbio, esposti, vero? Forse, venduti", soggiunse il musicista con la sua voce pi dolce.
"Neppure per sogno!", scattai. "Continuano tutt'ora, a dipingere Dio. E continueranno a dipingerlo fino alla morte. Ma se dovessero novamente incontrarsi nella vita (badi che lo escludo!) e se si mostrassero quelle immagini di Dio - chi sa? - forse non differirebbero l'una dall'altra gran che".
Eravamo giunti alla stazione. Non mancavano che cinque minuti. Ringraziai il giovanotto della sua compagnia, augurandogli ogni bene per la nuova Associazione ch'egli cos degnamente rappresentava.
Fece saltar via con dei buffetti dell'indice destro la polvere che copriva i davanzali della piccola sala d'aspetto; e si profond ne' suoi pensieri.
Confesso che mi sentivo lusingato nel constatare come il mio racconto lo avesse indotto a riflettere. E quando, nell'attimo di separarci, egli mi tir via un filo rosso da un guanto, gli consigliai, riconoscente:
"Prendete la scorciatoia dei campi, per tornare in paese. Il tragitto  molto pi breve che non per la strada....".
"Perdonate", - e il giovanotto servizievole s'inchin - "ma preferisco rifar la strada. Vedete? Mentre voi avevate la bont di raccontarmi tante cose istruttive, m' parso di scorgere in mezzo a un campo uno spaventapasseri, la cui manica destra, rimasta attaccata a un palo, non sventolava pi. E sento dunque, in un certo senso, l'obbligo di pagare il mio piccolo tributo agli interessi collettivi dell'umanit (anche l'Umanit  un'Associazione, in cui ogni membro ha il suo proprio cmpito da assolvere), restituendo quella manica alla sua vera funzione: sventolare".
Il giovanotto si allontan col pi amabile de' suoi sorrisi.
Ma fu miracolo, ch'io non perdessi il treno.
Alcuni frammenti di questa storia, il musicista li ha cantati alle "serate" dell'Associazione. Dio solo sa chi avr composto la musica.
Il signor Baum (Consigliere ad honorem, fondatore, padrino di vessillo, ecc. ecc.) si  assunto il cmpito di ripeterla ai bimbi.
E i bimbi ne hanno ritenuto soltanto qualche melodia.
...
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Fine.
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IL MENDICANTE E L'ORGOGLIOSA DONZELLA.
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...
Volle il caso che il signor maestro e io fossimo spettatori della scenetta seguente. Nel nostro villaggio, al margine del bosco, se ne sta, di tanto in tanto, un vecchio mendico.
Anche oggi era l, pi povero e pi miserabile del solito; e si durava fatica a distinguerlo dalle putride assi del palancato che lo sosteneva.
D'improvviso, una bimbetta corse a lui, per donargli una piccola moneta. Nulla di straordinario. Ma fu sorprendente il modo di quell'elemosina. La bimbetta fece al mendico la sua brava riverenza; e gli porse l'obolo: rapida, come per non lasciarsi scorgere da alcuno. Poi, un'altra riverenza, e scapp via. Ma quei due inchini parvero rivolti, almeno almeno, a un Imperatore.
Questa scena irrit il signor maestro. Avrebbe voluto correre verso il mendicante: credo, per scacciarlo dal palancato. Perch il signor maestro presiede, lo sappiamo, la Congregazione di Carit: ed , quindi, un avversario convinto dell'accattonaggio.
Io, lo trattenni.
"La nostra Congregazione", gridava tutto infervorato, "soccorre quella gente l, con ogni mezzo. Provvede, anzi, si pu dire, a tutti i suoi bisogni. Se, nonostante ci, si ostinano a tendere la mano sulla pubblica via,  semplicemente per sfrontatezza!".
"Illustre signor maestro....", gli venivo dicendo, a rabbonirlo; ma egli mi tirava sempre pi verso il margine del bosco. "Illustre signor maestro.... Ascoltatemi, vi prego. Ho da raccontarvi una storia".
"Proprio adesso?", domand inviperito. Lo presi sulla parola:
"S, proprio adesso. Prima che voi dimentichiate quanto abbiamo visto or ora per caso".
Il signor maestro diffidava di me, dal giorno in cui gli avevo raccontato l'ultima storia. Glielo lessi in viso. E mi affrettai a rassicurarlo:
"Oh no, state tranquillo! Non voglio infliggervi un'altra storia del buon Dio. Il buon Dio non figurer affatto nel racconto. Si tratta d'un racconto storico....".
Avevo vinto. Basta pronunziare la parola storico, che ogni maestro spalanca sbito le orecchie. Perch la storia  qualcosa di rispettabile e di infallibile: qualcosa che pu anche essere usata a fini pedagogici.
Vidi che il signor maestro si metteva a pulire le lenti degli occhiali. Segno che tutte le sue potenze visive si erano trasferite nelle orecchie. Seppi profittare, abilmente, dell'attimo propizio.
E incominciai:
"Siamo a Firenze. Nell'epoca, in cui Lorenzo de' Medici, giovanissimo, ancra non regnava, e aveva da poco immaginato quel suo canto famoso: il Trionfo di Bacco e Arianna, e tutti i giardini ne risonavano.
Le poesie di quell'epoca, erano vive. Dall'intima oscurit del poeta, salivano sulle voci di tutti; e navigavano sovr'esse come su barche d'argento, impavide, verso l'Ignoto.
Il poeta, intonava una canzone: e tutti coloro che la cantavano, la recavano, poi, a compimento. Nel Trionfo (e in quasi tutte le poesie di quel tempo) si celebra la vita: questo violino dalle fulgide corde canore, tese come sovra una buia cassa di risonanza sul rombo del sangue. Le strofe ineguali ascendono, barcollando, in una gaiezza inebriante; ma l dove la gaiezza rimane senza fiato, irrompe ogni volta un ritornello semplice e breve, che precipita da quella sommit vertiginosa e sembra chiudere gli occhi per il capogiro dell'abisso.
Il ritornello dice:
Quant' bella giovinezza,
Che si fugge tuttavia;
Chi vuol esser lieto sia:
Di doman non c' certezza.
Come meravigliarsi, se gli uomini che cantarono questo ritornello furono ghermiti e travolti da una gran fretta, da un incessante anelito d'accatastar tutte le gioie e tutte le ebrezze sull'oggi: unica roccia, sulla quale valga la pena di costruire? Si spiega cos anche quella folla di figure stipate nei quadri dei pittori fiorentini, che si sforzarono di riunire tutti i prncipi e le donne e gli amici per entro un'unica tela. Si dipingeva lentamente; e chi poteva garantire che, al tempo del prossimo quadro, tutti sarebbero ancor cos giovani, cos smaglianti e cos uniti? E questa impazienza febbrile si manifestava naturalmente, pi che mai, nei giovanissimi.
Un pomeriggio, i giovani pi brillanti della Firenze medicea sedevano, dopo il simposio, sulla terrazza di Palazzo Strozzi; e parlavano dei giuochi che avrebbero dovuto avere luogo, prossimamente, davanti alla Chiesa di Santa Croce. Un po' appartati, sovra una loggia, se ne stavano Palla degli Albizzi e l'amico suo Tomaso, il pittore. Pareva che discutessero con crescente animazione. Di colpo, Tomaso esclam:
"Non lo farai! Non lo farai! Ci scommetto!".
Questa uscita attrasse l'attenzione di tutti.
"Che succede?", chiese Gaetano Strozzi, avvicinandosi con alcuni amici.
Tomaso spieg:
"Palla sostiene che durante le feste s'inginocchier ai piedi dell'orgogliosissima Beatrice Altichieri, per pregarla di lasciargli baciare il lembo polveroso della sua gonna".
Tutti scoppiarono a ridere; e Leonardo Riccardi disse:
"Palla rifletter, non dubitate! Sa benissimo come le pi belle donne abbiano per lui un sorriso, che solitamente non sfoggiano".
E un altro soggiunse:
"D'altronde, Beatrice  tanto giovane! Sulle sue labbra persiste ancora la rigidit dell'infanzia. Per ci, non sorride. Per ci, sembra orgogliosa".
"No!", replic Palla degli Albizzi, con impeto. "No. Beatrice  superba; e la giovinezza non c'entra.  superba, come un blocco di pietra fra le mani di Michelangelo; superba, come un'immagine della Madonna; superba, come un raggio di sole che batta sopra diamanti".
"E tu, Palla", lo interruppe Gaetano Strozzi con voce divenuta severa, "e tu, Palla, non sei forse superbo altrettanto? A sentirti parlare, si direbbe che tu voglia confonderti con la miserabile turba di mendichi, la quale attende a vespro, nel cortile della Santissima Annunziata, che Beatrice dispensi la carit, volgendo altrove la faccia".
"Ebbene, far anche questo!", soggiunse Palla con gli occhi luccicanti. Si apr la via tra la folla degli amici. E scomparve.
Tomaso avrebbe voluto seguirlo. Ma Strozzi lo trattenne:
"Lascialo, lascialo solo! Metter giudizio pi presto".
Quindi, la brigata si disperse pei giardini.
Anche quel giorno, nel cortile della Santissima Annunziata, una ventina di mendicanti, uomini e donne, attendevano il vespro. Beatrice (che li conosceva tutti per nome, e si recava di quando in quando nei loro tugurii fuori Porta San Niccol, a visitarvi bimbi e malati) soleva regalare a ciascuno, passando, una piccola moneta d'argento. Ma oggi, pareva che tardasse. Le campane avevano gi chiamato a vespro i fedeli; e solo qualche filo di suono pendeva ancora dai campanili, sul crepuscolo. Vi fu un movimento d'inquietudine tra i poveri: anche perch un nuovo mendico sconosciuto si era spinto, quatto quatto, nella chiesa, rimanendo in penombra dentro il vano della porta. Stavano per scacciarlo, astiosi, allorch una giovinetta in tunica nera, quasi monacale, apparve nel sagrato; e, trattenuta dal suo buon cuore, si mise a passar dall'uno all'altro mendico, mentre una delle ancelle che la seguivano le porgeva la borsa perch ne togliesse i suoi piccoli doni.
I mendichi caddero in ginocchio, singhiozzando. E cercavano di posare, sia pure per un attimo, le dita consunte sullo strascico della loro benefattrice o ne baciavano un lembo con le umide labbra balbettanti.
Beatrice aveva percorso adesso tutta la fila. Non mancava nessuno. Ma, repente, ella scorse, dentro il tenebroso vano del portale, un'altra figura mai vista, ravvolta in miserevoli cenci. Rabbrivid. Un turbamento la colse. Tutti i suoi poveri, li conosceva dall'infanzia. E beneficarli, era divenuto per lei un atto istintivo come quello d'immergere le dita entro i bacini marmorei ricolmi d'acqua santa, che stanno all'ingresso d'ogni chiesa. Ma non aveva mai immaginato che vi fossero anche mendichi sconosciuti. E come avrebbe potuto arrogarsi il diritto di beneficarli, senza ottenere, prima, la fiducia della loro povert attraverso una consuetudine qualsiasi? Non , dunque, incredibile arroganza far la carit agli ignoti?
In questo tumulto di sentimenti in battaglia, la giovinetta pass innanzi al mendico, come se non lo avesse notato; ed entr, rapida, nell'alta chiesa freschissima. Ma quando si fu devotamente raccolta, ecco, non le riusciva di rammentar preghiera alcuna. La sorprese l'angoscia di non trovare pi, dopo vespro, l sulla porta, il pover'uomo; e di non aver fatto nulla per alleviare la sua miseria, mentr'era cos vicina la notte, in cui la povert  tanto pi inerme e pi triste che non durante il giorno.
Fece un segno a quella delle sue donne che recava la borsa; e si diresse all'uscita. Tutti se n'erano andati. Il cortile appariva deserto. Ma il mendico se ne stava ancora l, appoggiato a una colonna; e sembrava ascoltare il canto che giungeva dalla chiesa come da una strana lontananza: quasi provenisse dal cielo.
Il suo vlto era interamente nascosto dai cenci, come avviene talvolta ai lebbrosi, che non denudano le orribili piaghe, se non avvertono la vicinanza di qualcuno e, insieme, la certezza che la piet e il disgusto parleranno, entrambi, a loro favore.
Beatrice esit. Teneva ella stessa, ora, la borsa; e non vi sentiva dentro, tastando, che poche monete. Ma con un movimento rapido e risoluto, si diresse verso il mendico; e, senza distaccare gli sguardi irrequieti dalle proprie mani, disse con una voce tremula e quasi con modulazione di canto:
"Non per offendervi, signore.... Mi sembra, se non m'inganno, d'esservi debitrice. Vostro padre ha eseguito, credo, in casa mia quella stupenda ringhiera di ferro battuto che adorna le scale. Pi tardi, mi avvenne di ritrovare nella stanza ov'era solito lavorare, una borsa. Penso che ve l'abbia smarrita lui. Sono certa, anzi....".
Ma la menzogna evidente rovesci la fanciulla in ginocchio ai piedi dello sconosciuto. Mise ella, a forza, la borsa di broccato in quelle mani nascoste dentro il mantello, e balbett:
"Perdonate....".
Sent, ancra, che il mendico tremava.... Poi, fugg.
Ecco: la storia  finita. Messer Palla degli Albizzi rimase, da quel giorno, ne' suoi stracci. Regal tutti gli averi, e si mise a battere la campagna, povero e a piedi scalzi. Corre voce che, pi tardi, egli sostasse nei dintorni di Subiaco".
"Oh che tempi! Che tempi!", soggiunse il signor maestro. "A che pro?... Stava per diventare uno scavezzacollo; e questo caso ne ha fatto un vagabondo, un pazzo. Oggi, certo, nessuno pi si ricorda di lui".
"S", contraddissi umilmente. "Il suo nome ritorna nelle litanie della Chiesa cattolica: tra quelli degli Intercessori. Perch  divenuto un Santo".
I bimbi hanno risaputo anche questa storia. E pretendono (a marcio dispetto del signor maestro) che vi figuri il buon Dio. Io stesso, ne sono un po' sorpreso. Perch avevo assicurato al signor maestro di raccontargli una storia senza Dio. Ma che farci? I bimbi, le sanno meglio di noi, certe cose.
...
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Fine.
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UNA STORIA RACCONTATA ALLA OSCURIT.
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Stavo per mettere il mantello, e per recarmi da Ewald. Ma immerso in un libro (un vecchio libro, d'altronde), non avevo avvertito il tempo fuggire.
Repente, s'era fatto buio, cos come in Russia diviene Primavera.
Un attimo innanzi, la camera smagliava, ancra chiarissima, fin ne' suoi angoli pi riposti; ed ecco che invece, d'un tratto, tutte le cose parvero non aver mai conosciuto se non il crepuscolo. Si schiusero, ovunque, fiori di tenebra: e attorno ai grandi calici vellutati, la luce scivol via come sovr'ali di libellula.
Il paralitico doveva essersi ritirato dalla finestra, a quell'ora. E non mi mossi di casa.
Quale mai storia avevo, dunque, in animo di raccontargli? Non ricordavo pi. Ma un attimo dopo, sentii che qualcuno esigeva da me quella storia dimenticata. Forse, una creatura solitaria, seduta lontano lontano (chi sa dove?) accanto alla finestra della sua camera buia. O, forse, proprio quella oscurit, che avviluppava, con me, tutte le cose.
Avvenne ch'io rivolgessi, allora, il mio racconto, alla oscurit. E l'oscurit si reclin su di me, avvicinandosi via via sempre pi, fin che potei narrar, gradatamente, a voce sommessa. Proprio come si addice alla mia storia.
La quale si svolge, d'altronde, nell'epoca presente.
E incomincia.
"Il dottor Giorgio Lassmann tornava alla cittadina nata, dopo esserne stato lungamente lontano.
Non aveva pi, col, interesse veruno. Solo, vi abitavano ancra le sue sorelle. Entrambe, sposate e, a quel che sembrava, ottimamente. Rivederle dopo dodici anni: tale, lo scopo del viaggio. Cos, almeno da principio, ritenne. Ma la notte, mentre nel treno zeppo non riusciva a prendere sonno, d'improvviso, si accorse che, in realt, egli vi tornava, come sospinto dalla nostalgia della sua infanzia. Per cercare, nelle vecchie strade, qualcosa di allora: un portone, una torre, una fontana; un qualsiasi incentivo di allegria o di tristezza, in cui ritrovarsi.
Ci si smarrisce cos facilmente, nella vita!
Ed ecco che innumerevoli cose gli tornavano adesso alla memoria. La piccola abitazione di via Heinrich, con le porte dalle lucide maniglie, col tavolato scuro dei pavimenti, coi vecchi mobili ben conservati; i genitori (questi due personaggi un po' scialbi e quasi deferenti l'uno verso l'altro), i giorni della settimana rapidi, anzi frettolosi; e, poi, le domeniche che parevano stanze deserte; le rare visite, accolte ridendo per nascondere l'imbarazzo; il pianoforte scordato; il vecchio canarino; la poltrona ereditaria, sulla quale non era permesso sedersi; un onomastico; uno zio che veniva da Amburgo; un teatro di burattini; un organo di Barbera; un ricevimento di bimbi, e qualcuno che chiama: "Clara!".
....Stava gi per appisolarsi....
Ma il treno  ora fermo in una stazione. Passano delle luci. Un martello prova lungo il convoglio, ascoltando, le ruote che squillano. E lo squillo scandisce: "Clara, Clara!".
"Clara!", ripete tra s il dottore, di nuovo sveglissimo. "Clara!... Chi  Clara?". E sbito gli si affaccia alla memoria un viso, un piccolo viso infantile, con i capelli lisci, biondissimi. Non potrebbe descriverlo. Ma ha come il senso d'alcunch di silenzioso; di debole e inerme; di teneramente devoto. Due spallucce, esili esili, di bimba, ancor pi costrette entro un vestitino slavato: e sta per inventare loro un viso.... quando si accorge che non gli occorre proprio inventarlo. Il viso  l. O, meglio, era l, allora, in quei tempi.
Cos, non senza fatica, il dottor Lassmann ha rievocato adesso, dal nulla, l'unica sua compagna di giuochi.
Sino all'epoca in cui era entrato in collegio, fino ai dieci anni, egli aveva diviso solamente con lei la sua vita: quel poco o quel molto. Clara non aveva n fratelli n sorelle. E anche lui, era come se fosse solo, perch le sorelle maggiori parevano non accorgersi nemmeno del fratellino. Ma, da allora, egli non aveva pi chiesto ad alcuno notizie di lei. Come mai?
Si appoggi allo schienale. Ricordava: era una bimba molto devota. Poi, si chiese: che ne sar successo?
Una incommensurabile angoscia lo assalse, nello scompartimento stretto e stipato. Tutto pareva confermare un'unica supposizione.... Era una bimba malaticcia, non stava mai bene, piangeva spesso.... Morta, certamente.
Non pot resistere a un simile pensiero. Disturb i compagni di viaggio addormentati; e usc sul corridoio. Dischiuse un finestrino. Guard nel buio, attraverso una danza di faville. N'ebbe un po' di sollievo. E, tornato nello scompartimento, non tard a prendere sonno, nonostante la posizione assai incomoda.
L'incontro con le sorelle avvenne non senza imbarazzo. Tutti e tre avevano dimenticato d'essere rimasti lontani ed estranei l'uno all'altro, nonostante la parentela strettissima: e cercarono di comportarsi, da principio, come fratello e sorelle. Ma si rifugiarono poi quasi sbito, per una tacita intesa, in quel mezzo tno di fredda correttezza, che la societ ha appositamente inventato perch soccorra in circostanze consimili.
Lassmann prese alloggio in casa della sorella minore, il cui marito godeva di una posizione invidiabile. Capitano d'industria, era insignito anche del titolo di Consigliere imperiale.
A tavola, dopo la quarta portata, il dottore chiese:
"Dimmi, Sofia: che n' successo di Clara?".
"Quale Clara?".
"Non rammento il cognome. La figlia del nostro vicino di casa. Quella bimbetta (ricordi?) con cui giocavo sempre da piccolo....".
"Ah vuoi dire: Clara Sllner?".
"Sllner, s; Sllner: adesso ricordo. Suo padre era quel vecchiaccio.... Ma che n' successo di Clara?".
La sorella esit. Poi, rispose:
"Ha preso marito.... Adesso, vive molto in disparte".
"Gi", fece il Consigliere (e il suo coltello squitt, strusciando sul piatto), "molto in disparte....".
"La conosci anche tu?", domand il dottor Lassmann al cognato.
"....S......., cos, di sfuggita.... Chi non la conosce, in citt?".
I due coniugi si scambiarono uno sguardo d'intesa. Il dottore cap che per qualche motivo l'argomento non riusciva gradito; e non volle insistere.
Ma, in compenso, il signor Consigliere dimostr una gran voglia di riprendere il discorso, non appena la padrona di casa ebbe lasciato i due uomini soli dopo la frutta, per il caff.
"Quella Clara", insinu con un sorriso malizioso, guardando la cenere del suo sigaro cadere in un piattino d'argento, "quella Clara, non era una bimbetta tranquilla e anche piuttosto bruttina?".
Il dottore non rispose. L'altro si accost allora con la sedia al cognato, confidenziale.
"Un vero romanzo!... Non ne sai nulla, tu?".
"Non ho pi avuto occasione di parlarne con alcuno, da allora".
"Parlarne?", e il Consigliere ebbe un sorriso argutissimo, "Parlarne? Ma avresti potuto leggerlo anche sui giornali....".
"Leggerlo sui giornali?... Che cosa?...", domand Giorgio Lassmann con visibile nervosismo.
"....Che ha preso il volo!".
L'industriale lanci questa mirabolante notizia dietro uno sbuffo di fumo, attendendo l'effetto con un senso d'indicibile benessere in tutta la persona. Ma fu deluso. Assunse, allora, un'aria grave e severa; si raddrizz sulla sedia; e riprese in tno diverso, insieme informativo e scandalizzato:
"L'avevano sposata all'architetto Lehr. Tu non devi averlo conosciuto, l'architetto Lehr. Un uomo tutt'altro che vecchio: dell'et mia. E ricco. Un matrimonio di prim'ordine, insomma. Lei, non possedeva il becco d'un quattrino; non era bella; non le avevano certo data un'educazione finissima. L'architetto non desiderava, d'altronde, una gran dama; sibbene una modesta massaia. Fu accolta, capisci?, da per tutto. Le dimostrammo ogni indulgenza possibile. Avrebbe potuto dunque farsi, in societ, una posizione invidiabile. Ma un bel giorno, dopo due anni soltanto di matrimonio, ha preso il volo. Pensa! Fuggita. Dove? In Italia. Cos.... Un piccolo viaggio di piacere. Naturalmente, non sola. Per fortuna, noi non l'avevamo invitata pi a casa nostra da circa un anno, quasi presentissimo.... L'architetto, mio ottimo amico, un gentiluomo autentico, un....".
"E Clara?", interruppe il dottore, levandosi.
"Ah gi.... Clara. Dio l'ha punita. Il suo amante, un artista, si dice, un donnaiuolo qualsiasi.... non appena di ritorno dall'Italia a Monaco.... tanti saluti, e chi s' visto s' visto. Ora  l, con un bimbo sulle braccia".
Il dottor Lassmann si era messo a misurar la stanza, nervosamente, su e gi.
"A Monaco?".
"A Monaco", rispose il Consigliere; e si lev anche lui. "Conduce, a quanto sembra, una vita miserabile".
"Miserabile? In che senso?".
"Dio mio! Cos.... per mancanza di mezzi.... E poi.... mi capisci....".
Repente, egli pos una mano ben curata sulla spalla del dottore, e la sua voce parve basir di sollucchero:
"Sai? V' chi sostiene che per vivere....". Ma Giorgio si volse di scatto ed usc, piantandolo in asso.
Il signor Consigliere, la cui mano era ricaduta di colpo, impieg dieci minuti per riaversi dallo stupore. Poi, corse in camera, dalla moglie, e le disse furente:
"L'ho sempre sostenuto, io, che tuo fratello  un originale....".
E quella, destandosi da un pisolino, sbadigli pigramente
"Hai ragione".
Due settimane dopo, il dottore ripart. Si era accorto, di colpo, che doveva cercarla altrove, la sua infanzia. Appena a Monaco, nella Guida, lesse: Clara Sllner, Schwabing, via tale, numero tale.
Preannunzi la visita, e and.
Una donna dall'esile figura slanciata, lo accolse.
La stanza era piena di luce e di bont.
"Giorgio! Son io. Non mi riconoscete?".
Il dottore rest un attimo sorpreso, senza rispondere. Poi, disse:
"Clara! Siete voi, Clara?".
Ella sollev tacendo il vlto sereno dalla fronte purissima, come per lasciargli il tempo di rammentare. E rimase a lungo cos.
Finalmente, il dottore parve aver ritrovato qualche indizio. Avvert come quella donna fosse per l'appunto la sua antica compagna di giuochi. Le chiese di nuovo la mano, e la strinse. Poi, la abbandon a poco a poco; e si volse intorno a guardare la stanza.
Sembrava che non contenesse nulla di superfluo. Accanto alla finestra, un tavolo ingombro di manoscritti e di libri. Clara doveva esservi, poco prima, al lavoro: su quella sedia scostata.
"Scrivevate?",... e il dottore avvert quanto fosse insulsa la domanda.
Ma ella rispose franca:
"Traduco".
"Per la stampa?".
"S", disse semplicemente. "Per un editore".
Lassman scorse alle pareti alcune fotografie dell'Italia. Tra esse, il Concerto di Giorgione.
"Vi piace?",
Egli si avvicin per osservarlo.
"E a voi?".
"Non ho mai visto l'originale.  a Firenze, vero?".
"In palazzo Pitti. Dovreste andarci, a vederlo".
"Appositamente?".
"Appositamente".
Una gaiezza semplice e schietta emanava da lei. Il dottore era rimasto a guardare fisso innanzi a s, come incantato.
"Ditemi, Giorgio: che avete? Perch non sedete?".
"Sono triste....".
Esitava.
"Credevo.... Ma vedo che voi non siete affatto in miseria!", esclam vivacemente.
Clara sorrise.
"Vi hanno raccontato la mia storia?"
"S.... Cio....".
"Oh", interruppe rapida, come vide la fronte di lui rabbuiarsi, "non  proprio colpa di nessuno, se, raccontandola, la svisano. Spesso, le nostre esperienze non si lasciano esprimere con le parole. E chi si ostina a volerle raccontare, incorre inevitabilmente in errori....".
Una pausa. Poi, il dottor Lassmann soggiunse:
"Chi  stato a rendervi cos buona, Clara?".
"Tutto", rispose ella con voce calda, sommessamente. "Ma perch me lo chiedete?".
"Perch.... perch il vostro cuore avrebbe dovuto, invece, indurirsi. Eravate una bimba cos inerme e infelice voi! E i bimbi gracili, inermi e infelici divengono scettici e duri, pi tardi: oppure...."
"Oppure muoiono, vero? Ebbene: anch'io sono morta. E sono rimasta morta, per anni e anni.... Dal giorno in cui vi vidi l'ultima volta, ricordate?, a casa mia, fino a quando....".
Prese dal tavolo una cornice.
"Guardate! Ecco il suo ritratto. Qui, sembra pi bello. Il suo vlto non  cos luminoso: ma pi cordiale, pi semplice. Vi faro vedere tra poco il mio bimbo, che dorme adesso di l. Un maschietto. Si chiama Angelo, come lui. Il padre  ora in viaggio, lontano".
"E voi state qui sola?", domand, svagato, il dottore, seguitando a esaminare il ritratto.
"S. Siamo soli: io, e il bambino. Non basta? Ma voglio raccontarvi tutto. Angelo fa il pittore. Il suo nome non  molto noto. Voi, non l'avrete sentito, forse, neppur nominare. Sino a questi ultimi tempi, ha lottato. Aspramente. Col mondo, coi propri sogni, con se stesso, con me. S, anche con me. Perch da un anno seguitavo a scongiurarlo: - Parti! Viaggia! Hai bisogno di viaggiare! - Sentivo, io, quanto partire, viaggiare gli fosse necessario. Un giorno mi disse scherzando: Me o un bimbo? - Un bimbo, - risposi. Ed  partito".
"E quando torner?".
"Non appena il bimbo sappia pronunziare il suo nome. Siamo rimasti intesi cos".
Giorgio avrebbe voluto soggiungere qualcosa. Ma Clara lo interruppe ridendo:
"....E poich il nome  difficile, ci vorr del tempo. Angelino compie in estate appena due anni".
"Strano!", esclam il dottore.
"Che cosa, Giorgio?".
"Strano, che voi comprendiate cos bene la vita. Come siete diventata grande, Clara, e come restate giovine, tuttavia! Che cosa ne avete fatto, voi, della vostra infanzia? Eravamo entrambi due bimbi cos miseri.... cos inetti a vivere praticamente.... E una simile realt non si altera n si sopprime".
"Voi pensate dunque che, logicamente, noi avremmo dovuto seguitar a soffrire la nostra infanzia, tutta la vita?".
"S, per l'appunto. Avremmo dovuto seguitar a soffrire entrambi di quella tenebra greve, dietro di noi, con la quale serbiamo invece cos labili rapporti. Noi confidammo a quell'epoca i nostri primi palpiti, tutte le nostre fiduciose aspirazioni, i germi di tutto ci che avrebbe dovuto forse essere un giorno. E d'improvviso, ecco, ci accorgiamo che tutto questo  sprofondato in fondo al mare, chi sa quando, senza che ce ne avvedessimo.  come se uno avesse raccolto tutto il suo denaro per comprarsi una penna e adornarne il cappello. Ahim! Il primo colpo di vento gliela strapper via. Rientra a casa: naturalmente, senza penna. E non gli resta se non che tornare a chiedersi dove mai potrebbe essere volata".
"E voi vi domandate questo, Giorgio?".
"Non mi chiedo pi nulla, ormai. Ormai, ho rinunziato. La mia vita incomincia non so dove: ma al di l de' miei dieci anni. Da quando ho smesso di pregare. Tutto il resto, non mi appartiene".
"E come mai vi siete ricordato di me?".
"Proprio per questo. Sono venuto qui, perch voi siete l'unico testimonio di quel tempo. E credevo di ritrovare, in voi appunto, ci che non riesco pi a trovare in me stesso. Non so: un gesto, una parola, un nome, a cui fosse ancra congiunta qualcosa di quel tempo. Non so.... Come un chiarimento....".
E il dottore nascose il vlto, tra le mani fredde, convulse.
Clara rest un attimo sopra pensiero. Poi, disse:
"Io non rammento quasi pi nulla della mia infanzia, come se fra me e quell'epoca si fossero interposte mille vite. Ma adesso che le vostre parole mi hanno costretta a evocarla, ecco, ricordo una sera. Voi capitaste a casa nostra, inaspettatamente. I vostri genitori dovevano essere usciti per recarsi a teatro o altrove. A casa nostra, tutte le stanze erano illuminate. Mio padre attendeva un ospite. Un parente. Un lontano parente molto ricco, se ben ricordo. Doveva giungere da.... non so pi da dove: ma, certo, da una citt molto distante. Lo attendevamo ormai da due ore. Le porte erano spalancate; le lampade, accese. Mia madre tornava ad accomodare di quando in quando una piega sulla coperta del divano. Il babbo stava alla finestra. Nessuno osava mettersi a sedere, scostare una seggiola. Voi, capitaste giusto in quel momento. Vi metteste ad attendere con gli altri. Noi bimbi origliavamo alla porta. E col passar del tempo l'ospite atteso andava assumendo innanzi alla nostra fantasia, misteriosamente, un aspetto sempre pi maraviglioso, sempre pi favoloso. Ricordate? Tremavamo d'angoscia al pensiero che potesse giungere prima d'avere attinto quel grado di favolosa perfezione, cui veniva via via avvicinandosi sempre pi, a ogni minuto di ritardo. Noi non dubitavamo, ormai, che sarebbe giunto. Lo sapevamo, anzi, con certezza. Ma si voleva lasciargli il tempo di diventare grande e potente".
D'improvviso, il dottore lev il capo. E disse triste:
"Ma ora lo sappiamo entrambi che non venne. La ricordo anch'io, quella sera".
"Infatti", conferm Clara, "non venne".
Dopo un silenzio, soggiunse:
"Ma era cos bello!".
"Che cosa?
"Dio mio! L'incanto di quella attesa. Tutte quelle lampade.... il gran silenzio.... La solennit, insomma, di tutto ci!".
Dalla stanza vicina, giunse un rumore. Clara chiese un attimo di permesso. E quando riapparve, raggiante, disse:
"Tra poco, vi condurr di l, dal mio tesoro.... Si  destato, e sorride.... Ma che pensate?".
"Mi domando che cosa possa avervi aiutata a raggiungere codesto pieno e tranquillo possesso di voi. La vita non  stata davvero benigna, con voi. Certo, deve avervi sostenuto, Clara, qualche risorsa, che a me manca".
"Quale risorsa, Giorgio?".
Venne a sederglisi accanto.
" strano! Quando per la prima volta mi ricordai di voi, tre settimane fa, in viaggio, una notte, il mio primo pensiero fu questo: - Era una bimba molto devota. - E adesso che vi ho rivista (nonostante siate molto diversa da quella ch'io mi attendevo: anzi vorrei quasi dire, appunto per questo) sento che ci che vi ha sorretto attraverso tanti pericoli,  la vostra religione".
"Che intendete per religione?".
"Quel vostro mantenere continui rapporti con Dio.... il vostro amore verso di Lui. Insomma, la vostra fede".
Clara chiuse gli occhi.
"Il mio amore verso Dio? Lasciatemi riflettere!".
Il dottor Lassmann rimase a guardarla intensamente.
Ella sembr esprimere adesso i suoi pensieri, via via che si formulavano in lei, a poco a poco, lentissimi:
"Da bimba, posso io sostenere d'aver amato Dio? Non credo. Mi sarebbe parso una folle tracotanza (che dico? un peccato orribile) anche solamente pensare: Dio esiste. Mi sarebbe parso di costringerlo veramente a scendere in me: in quella debole bimbetta con le braccia cos smisurate da sembrare ridicole; in quella nostra misera abitazione, dove tutto era falso e menzognero: dai piatti che ornavano le pareti e avrebbero voluto essere di bronzo, fino al vinello ostentato dentro bottiglie di gran marca. E pi tardi (Clara fece un gesto di difesa con le mani; e i suoi occhi si chiusero ancor pi, come se temessero di poter vedere, attraverso le palpebre, qualcosa di orribile) e pi tardi, se Dio avesse mai preso, in quei tempi lontani, dimora dentro di me, avrei dovuto scacciarlo. Ma per fortuna, non sapevo nulla di Lui. Lo avevo dimenticato. Avevo dimenticato tutto, d'altronde. Solo a Firenze (quando potei, per la prima volta, vedere, udire, sentire, riconoscere, ritrovare insomma la mia vita, e ringraziarlo di tutto ci) solo a Firenze, mi risovvenni di Lui. Scorsi l'orma Sua da per tutto. In ogni quadro, ritrovai le tracce del Suo sorriso. Mi pareva che ogni campana vivesse della Sua voce. E ravvisai in ogni statua l'impronta delle Sue mani".
"Vi accadde dunque di trovarlo, per la prima volta, laggi, il buon Dio?".
Clara gli spalanc in viso dei grandi occhi raggianti di felicit:
"Ecco. Ho sentito ch'Egli esisteva.... O meglio che era esistito una volta, non importa quando. Perch avrei dovuto pretendere di pi? Mi sembrava gi troppo!".
Giorgio si lev; e mosse verso la finestra. Si vedeva un pezzo di campo e l'antica chiesetta di Schwabing. Sopra, il cielo, su cui gi calava la sera. Repente, chiese senza volgersi:
"E adesso?"
Poi che Clara non rispondeva, torn lentamente verso di lei.
"Adesso", soggiunse ella esitando, come se lo vide l innanzi (e torn a spalancargli in viso i suoi grandi occhi) "adesso, a volte penso: Dio, certamente, verr".
Il dottore le prese una mano e la tenne a lungo nella propria, con gli sguardi come perduti nel nulla.
"A che pensate, Giorgio?".
"Penso che  di nuovo cos, come quella sera. Voi attendete anche adesso, misteriosamente, il Maraviglioso, il Favoloso: Dio, insomma. E siete certa che verr. Io, sono capitato qui, inaspettatamente....".
Clara si lev gaia e leggiera. Appariva pi giovane.
"Ma questa volta, attenderemo sino alla fine".
Pronunzi queste parole con una letizia cos semplice e ingenua, che il dottore sorrise.
Poi, lo condusse nell'altra stanza, dal suo bambino".
In questa storia, non v' proprio nulla che i bambini non possano apprendere.
Ma non l'hanno ancra, tuttavia, risaputa.
Io l'ho raccontata, d'altronde, alla oscurit. A nessun altro. E i bimbi paventano il buio. Lo fuggono. E quando ne restano presi, chiudono gli occhi e si tappano le orecchie.
Ma verr tempo, in cui ameranno anche loro l'oscurit.
Risapranno allora da lei questa storia.
E saranno in grado di comprenderla meglio.
...
.
...
Fine.